Ero una brava mamma prima del Covid

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Trovo di ottimo auspicio che la giornata di oggi sia cominciata con l’esito del mio tampone di controllo: negativo. Perché proprio oggi esce la nuova edizione del mio amatissimo Ero una brava mamma prima di avere figli, che mai avrei sognato di ripubblicare. E invece eccolo qua, in una versione completamente aggiornata e arricchita. Ci sono tante pagine in più – siamo arrivati alla rispettabile cifra di 332 – ma il prezzo è rimasto lo stesso di 10 anni fa: 16 euro. Dunque una pagina di libro costa circa 4,8 centesimi. E dentro ci sono un sacco di parole!

In questi mesi difficili sono successe tante cose inaspettate. Di alcune vi ho parlato, altre sono rimaste private. Mentirei se dicessi di aver trovato gradevole il periodo che abbiamo attraversato. Però per molti versi ha segnato delle svolte importanti, e una di queste è il libro. All’impianto originale – diviso in dodici capitoli, uno per ciascun mese del primo anno di vita del bambino – ho aggiunto qualche contenuto extra, tra vecchi ricordi e nuove riflessioni. Uno di questi si intitola Ero una brava mamma prima del lockdown. Eccolo qui sotto: spero vi piaccia.

A parte i periodi in cui ero a casa in maternità, il 2020 è stato l’anno in cui ho trascorso, in assoluto, più tempo con i miei figli. Non che sia stato sempre un bene.
Intanto perché, con l’eccezione della terzogenita, non sono più quei coniglietti tontoloni di un tempo. Oggi hanno bisogno di viaggiare, esplorare, conoscere. Non si accontentano più delle mie carezze.

Quando Pupo e Pupa erano piccoli, mi divertivo molto a inventare per loro storie strampalate. Metterli nel sacco era facile al punto da risultare commovente. Ricordo che una volta andammo poco fuori Milano, a comprare – era tempo di saldi – una giacca a vento nel noto negozio di abbigliamento sportivo che tutti conoscono. Sulla via del ritorno, in tangenziale, nella nebbia, a un certo punto esclamai: «Whoopsie-daisy! Ci siamo persi. Chissà se riusciremo mai a ritrovare la strada, adesso».
«Come, persi?» domandò esitante il Pupo. E sua sorella, didascalica: ««Persi. Smarriti. Fre-ga-ti. Vuol dire che stasera non si torna a casa». Qualche minuto dopo chiesi al Pupo, immerso in uno strano silenzio: «Amore, perché non parli?». «Sto guardando le insegne. Sto cercando una “A”. “A” come albergo». Pupa: «Demente. Devi cercare la “H”. “H” di hotel». Io: «Ottima idea. Così, se non riusciamo a ritrovare la strada almeno avremo un posto in cui dormire».
Pupo, all’improvviso melenso: «Stiamo tutti assieme nel letto, però. Stasera ho bisogno di sentire un corpo caldo accanto al mio».
Pupa, leggendo un cartellone pubblicitario: «Eucerin. Mamma, siamo in via Eucerin. Sai dov’è?».
Pupo: «Siamo in Italia? Puoi fermarti al supermercato a prendere gli spazzolini da denti e un pupazzetto per me?».
Pupa: «Fa niente se la Mini» (così chiamava la Piccolissima, ndr) «per una sera beve il latte dal bibe?».
A colpirmi non fu tanto la qualità dei loro dialoghi, ma il fatto che i miei figli fossero pronti: a restare fuori, a non tornare, a dividere una stanza d’albergo. E comunque, a non mettere in dubbio quel che dicevo.

Nello stesso periodo, per una serie di equivoci la Pupa si era convinta che suo fratello generasse pallini rossi dal cranio. Le cose andarono così: per diversi giorni di fila, dopo Natale, il Pupo aveva indossato maglioni scarlatti, intonati alle feste. E lei, standogli vicino, gli aveva scovato tra i capelli alcuni minuscoli batuffoli di lana. Capitò una, due, poi tre volte. La quarta e la quinta, i pallini di lana ce li misi io. E anche la sesta. Finii con il farmi una piccola scorta di pallini rubati a un maglione e ogni tanto, quando mi ricordavo, gliene piazzavo uno in testa; poi facevo in modo che la Pupa lo notasse. Anche il Pupo, di riflesso, si era convinto di essere un produttore di pallini. «Credo che mi nascano sotto i ricci», spiegava serio ai compagni di scuola, che a loro volta annuivano. Adoravo il fatto che a 6 anni un bambino ritenesse possibile un simile fenomeno (ma anche a 9, essendo, come la Pupa, una patata).

Oggi i miei figli non credono più ai pallini rossi. A loro – come a tutti i figli del mondo – è toccato un anno duro, inclemente, incivile. La pandemia con gli alienanti lockdown a fasi alterne; il cosiddetto smartworking dei genitori massacrato dalle urla dei minorenni frustrati, snervati, confinati tra quattro mura; la famigerata didattica a distanza.
La Pupa è stata l’unica a gestirla in totale autonomia, senza chiedere aiuto. Nei primi tempi, quando entravo nella stanza dove faceva lezione la trovavo appiccicata alla porta come un geco, o in punta di piedi in un angolo della stanza; oppure alla finestra, il pc in mano come un rabdomante con la sua bacchetta, il collo teso, nel tentativo di captare il debole segnale del wi-fi di qualche vicino (poi siamo riusciti a potenziare il nostro). Se non altro, studiava. Il Pupo alternava mirabolanti partite a Minecraft e crisi insopprimibili di pianto; la Piccolissima in prima elementare aveva rinunciato alle lezioni, dimenticato i nomi dei compagni di classe, disimparato a scrivere.
Quest’anno ci è sembrato orribile, ma ho spesso pensato che se questa pandemia fosse arrivata venti o trent’anni fa le cose sarebbero andate anche peggio. Avremmo appreso le notizie solo dai giornali e dalla tv (ok, questo non è necessariamente un male). Nel tentativo di tenerci stretti i nostri affetti almeno via cavo, avremmo speso 400mila lire al mese in bollette telefoniche. Cercando di rendersi autonomi, a loro volta, i nostri figli sarebbero usciti con la scusa di portar fuori il cane (c’erano i cani anche vent’anni fa) per raggiungere la cabina più vicina e da lì chiamare gli amici, il cui numero di casa sarebbe stato sempre occupato – perché noi saremmo state al telefono con le loro madri. A un certo punto, con molto ritardo rispetto ad altri paesi europei, l’esercito avrebbe sigillato le cabine: si sarebbero rivelate pericolosi luoghi di contagio. I figli sarebbero tornati a chiamare gli amici dal telefono di casa, strappandoci di mano la cornetta e facendo ulteriormente lievitare le bollette. Non avremmo avuto la didattica a distanza o l’avremmo forse fatta attraverso la tv, come nel programma anni 60 Non è mai troppo tardi. Per insegnanti avremmo avuto Mike Bongiorno o Adriano Celentano. E a quel punto, qualcuno avrebbe sostenuto la candidatura di Raffaella Carrà a ministro dell’Istruzione.

Oggi i ragazzi non possono toccarsi, ma se non altro si parlano con facilità. Possono restare in contatto. Certo, all’improvviso sono diventate pochissime le cose che hanno il permesso di fare – e tantissime quelle proibite; compresa assai tristemente la scuola, per molti di loro. La Pupa per impiegare il tempo si è iscritta al Circolo Operaio e assiste a lunghissimi dibattiti sulla Cina di Mao. Il Pupo frequenta un corso di fumetto (distanziato) e quando non siamo in zona rossa se ne va a pesca come Sampei. La Piccolissima gioca in cortile fino a farsi venire la voce rauca. E questo è tutto, gente.

Se state leggendo questo libro avete probabilmente un figlio di pochi mesi. Consolatevi pensando che i piccoli e i piccolissimi, se vivono in un ambiente sano, di questi tempi stanno meglio di tutti: in fondo hanno orizzonti limitati. Un neonato di pochi mesi non conosce il concetto di restrizione della libertà. Quel che per lui davvero conta è avere accanto la sua mamma e il suo papà. E voi ci siete. Senza contare che quando sarà più grandicello potrete dirgli: «Sai, quell’anno la pandemia voleva vincere. Ma la vita è più forte. E tu sei nato».

 

8 commenti su “Ero una brava mamma prima del Covid

  1. Che belli siete tutti e che brava te a tenere i fili di ogni cosa per poi raccontarle a noi. Non ho figli piccoli, ma leggere il tuo blog è comunque illuminante. Non abbandonare mai il blog, per favore :)

    emilia

  2. Cara Paola, ti leggo da quando è nata la mia prima figlia, che ha dodici anni e mezzo e una sorella di dieci. Noi stiamo vivendo in questi giorni l’incubo covid e siamo ancora in alto mare. Per fortuna, le ragazze sono quasi asintomatiche, noi due invece siamo distrutti. Abbiamo l’abitudine di stare molto insieme, ma insieme malati…è una prova. Ci sono momenti di tensione, altri quasi di allegria, altri ancora di totale desolazione e questo guazzabuglio, come l’avrebbe definito il tuo celebre concittadino, è oltremodo stancante e destabilizzante. Insomma, speriamo di uscirne. Grazie di tutto quello che scrivi! Anna

  3. Grazie, Paola. Ho il tuo libro nella vecchia versione e i figli ormai grandi (leggi adolescenti… ommioddio…!!!) ma leggerti mi fa sempre piacere; quindi grazie x l’extra che hai condiviso. Il tuo post mi ha ricordato che anche i miei figli erano teneramente ingenui e creduloni da piccoli: io mi divertivo a lasciare su fogli di carta delle impronte di topolino o fatina dei denti, in base a chi appartenesse il dentino caduto; ho pure fatto trovare una lettera scritta da Babbo Natale in persona che li ringraziava per il latte e biscotti e le carote lasciate sul camino per la vigilia. Invece ricordo che ogni volta che li portavo in giro in macchina, io e loro soli, senza il papà, avevano il terrore che mi perdessi e che non riuscissimo più a tornare a casa… ok, spesso lo facevo, non di proposito ma girovagando senza meta, nella speranza che si addormentassero un po’ in macchina, poi non sapevo più dove fossi! Però GIURO che a casa siamo sempre tornati sani e salvi e in tempo x la cena :-)
    Era bello quando erano piccoli, ora lo posso dire…

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