Titanic

Aveva da giorni una tosse strana la Piccolissima, una tosse che saliva di notte e la raschiava da dentro – ma io ero lontana. Lei in Liguria, con i suoi fratelli e con i nonni a finire le vacanze; io e Mike Delfino già a Milano, di mezzo troppi chilometri perché potessi sentirla respirare.

La prima classe costa mille lire   Ma poi, quando sabato scorso abbiamo raggiunto i bambini per riportarli a casa, i nonni mi hanno detto della febbre che andava e veniva, e della Piccolissima che quasi non mangiava, e della dottoressa che l’aveva visitata e con lo stetoscopio non sentiva nulla, perché lei piangeva troppo, ma in buona sostanza si era raccomandata: magari domani, quando arrivano i genitori, la portino in pronto soccorso per un’occhiatina.

La seconda cento   Non sono mai posti belli gli ospedali, quello di La Spezia non fa eccezione. Qui è dove dovrei scrivere “ringrazio medici e infermieri prodigatisi generosamente, eccetera”, ma proprio non ci riesco, non dopo sei ore passate in pronto soccorso – dalle 18 a notte – a causa della tecnica “tira e molla” dell’unico medico di turno: prima ti visitiamo, piangi, poi vai fuori e aspetti, facciamo passare un altro paziente, lo mandiamo fuori, un’ora dopo ti richiamiamo e torni, ti facciamo i raggi, piangi, esci di nuovo, entra un altro, aspetti, ti mettiamo l’ago cannula, piangi, esci di nuovo, aspetti. In questo modo nessuno mai andava a asa, la gente continuava ad arrivare e accumularsi in un triste gigantesco ingorgo, alcuni venivano a sciami, per esempio c’erano cinque adulti al seguito di una bambina con l’orticaria, e poi una famiglia intera – padre, madre, due figli adolescenti, uno piccoletto venuto perché “zoppicava un pochino”, tutti accaldati e mescolati e agitatissimi a produrre tanto sudore e spavento che pensavo non ne saremmo usciti più.

La terza dolore e spavento e puzza di sudore   In quella saletta sovraffollata il televisore mandava Peppa Pig a nastro, a un volume assurdo, e da una cert’ora in poi, quand’era chiaro che nessuno sarebbe andato a casa per cena, si tirava a sopravvivere mangiando i Plasmon che con raro intuito mi ero portata da casa, li hanno graditi in particolare 1) la bambina con l’orticaria, 2) il bambino che zoppicava un po’, 3) il bambino che aveva trascorso le ultime ore a vomitare “senza tener giù niente” e 4) pure un 13enne sfracellatosi in skate sotto casa, che all’inizio li aveva rifiutati sbuffando. Noi adulti puzzavamo e avevamo un gran mal di testa, lasciavamo a malincuore i Plasmon ai bambini continuando a mangiarci unghie e torcerci le mani. I bambini invece erano stranamente silenziosi, si lamentavano piano, come si fa quando non è un capriccio ma ci si sente male per davvero.

Dal boccaporto, e odore di mare morto  Tralasciando per pietà i dettagli, a mezzanotte è venuto fuori che la Piccolissima aveva la broncopolmonite e dovevamo essere ricoverati. Lei allora mi si è appiccicata addosso, tenendosi con tutto il corpo e una mano: l’altra non poteva usarla perché c’era l’ago cannula e l’avevano tutta fasciata. Provo una specie di dolente ammirazione quando osservo i bambini costretti all’improvviso fare a meno di qualcosa – una mano, un occhio bendato, una gamba rotta – perché adottano all’istante e senza opporsi strategie alternative, come lucertoline con la coda mozzata.

Belli capelli, capelli d’oro  Da subito tutti me l’hanno chiamata “belli capelli” come nella canzone, ma lei, la Piccolissima, diceva “no” a tutto, anche ai complimenti, e non voleva niente se non starmi in braccio. In stanza aveva il suo lettino, ma non è voluta andarci, e così ci siamo sdraiate in due su una di quelle poltrone letto in cui t’insacchi, sudi e scompari. Ogni volta che mi sembrava si fosse addormentata tentavo di tirar su la poltrona col telecomando, ma il rumore la svegliava. Allora provavo ad alzarmi – sempre con lei sopra – direttamente dalla posizione reclinata, ma il ginocchio con il legamento rotto mi faceva un male porco. Ho pensato: mi troveranno qui domattina, sdraiata con la bambina addosso come uno scarafaggio sulla schiena, nel frattempo mi sarò anche fatta la pipì addosso perché già mi scappa e questo, alla fine, sarà stato il punto più basso di tutta la mia esistenza. Poi con uno scatto di reni e soprattutto d’orgoglio sono riuscita a tirarmi su e lanciare la bambina oltre le sbarre del lettino come in una specie di Fosbury, però dolce, e lei non si è svegliata, e io ho potuto andare in bagno e mi sono sentita grata alla vita anche se erano ormai le due.

E com’è bella la vita stasera   Le notti in ospedale sono questa cosa indicibile per cui non chiudi occhio, specie se come me ti senti in colpa per aver lasciato tua figlia – che in fondo ha poco più di due anni – lontana da te per una settimana, a tossire di una tosse che non potevi sentire, mentre tu a Milano te ne stavi sicura nella tua tiepida casa, a goderti la quiete e il silenzio e il tempo libero senza bambini, ché ti sembrava di essere in vacanza anche se al lavoro ci andavi. Poi ti chiedi perché le infermiere parlino ad alta voce anche alle tre, alle quattro, alle cinque del mattino, e perché mai quando entrano ti accendano la luce in faccia che nemmeno a Guantanamo. E infine perché, in ultima analisi, tu non possa buttarti un momento, almeno una mezz’orina, sul letto intonso e vuoto accanto alla tua stupida poltrona in similpelle (risposta ovvia: “Potrebbe esserci un ricovero”).

Per noi ragazze di prima classe  Alla fine, a parte il sonno perduto, è andato tutto bene. La notte successiva Mike Delfino si è offerto volontario per non-dormire in ospedale al posto mio, però in costume da bagno perché i jeans che aveva addosso da giorni erano sporchi oltre ogni limite e tutti i cambi a Milano. «Sembro un pingone e poi quando mi sdraio mi tira tutto , sai, c’è la retina», ha protestato debolmente. «Ma no, le infermiere ti mangiano con gli occhi e poi vedrai che poi il tessuto cede», l’ho rassicurato. Lui ha finto di credermi.

La Piccolissima ha risposto subito alla terapia antibiotica e già al secondo giorno di ospedale si muoveva disinvolta seppur imbronciata per i corridoi. Due giorni dopo siamo stati dimessi. Ma lì dentro, intrappolata attonita e impotente, continuavo a chiedermi cosa dovevano passare in quei momenti i poveretti del terremoto, oppure se è per questo – e da settimane, mesi, anni – i migranti inseguiti dalla guerra. Resta un mistero il motivo per cui noi umani riusciamo a ricordarci quanto stiamo bene solo per contrasto, quando anche solo per pochi attimi una miseria transitoria ci fa da cartina al tornasole. Con Mike Delfino ci abbiamo anche scherzato sopra, sulla relatività della sorte e del percepirsi fortunati, perché c’era, nella stanza di fronte alla nostra una bambina, con i capelli rasati e mille suture, cerotti e retine sulla testa, sul collo, sulle braccia. Il padre in tono mite – forse un po’ sedato – spiegava, alla nonna che era venuta a trovarli: «Guarda, tra l’acqua del fiume e i morsi del cane poteva andare anche molto peggio di così. E pensa: in faccia non l’ha presa. Pensa, pensa che culo».

 

Soundtrack   Così – mi è parso che per Titanic fosse arrivato il momento giusto. Un consiglio: se vi capita, ascoltate tutto l’album.

21 commenti su “Titanic

  1. Le avventure all’ospedale dei bimbi sono indelebili nella mia mente, nonostante (fortunatamente) le scarse conseguenze. L’ospedale di Padova e’ famoso per come tratta bene i bambini, ciononostante nel pronto soccorso non ci sono distributori di acqua ne’ di cibo… Deve essere una forma di terapia per il genitore: vai a procacciare cibo invece di preoccuparti. Oppure sadismo 😉 In bocca al lupo per la Piccolissima!!

  2. “Figlio con quali occhi, con quali occhi ti devo vedere. ..”
    L’adoro al punto di aver imparato a suonarla con la chitarra che non so suonare. Faccio solo questa canzone :-)
    Tanti auguri alla Piccolissima Ricciolissima

    1. Vero, l’abbigliamento del fuochista è una canzone bellissima.
      Grazie Paola per aver descritto così bene l’esperienza dell’ospedale con i bambini. Purtroppo noto che i pronto soccorso sono tristemente uguali ovunque.
      P.S.
      Io quando mio figlio aveva due anni e ho dovuto portarlo in ospedale per una reazione allergica seguii il consiglio di mio marito di non passare dal pronto soccorso ma di andare direttamente in pediatria. Meno male perché se no saremmo ancora lì.

  3. Un miliardone di miliardoni di auguri per la Piccola. Quella cosa della luce in faccia e della voce sempre alta e di ciabattare per i corridoi con passo da ussari e di lasciare sempre le porte delle camere aperte, io alle “mie” infermiere di un lontano ricovero durato tre settimane la chiesi. Mi risposero che era “per la nostra sucurezza”. Solo che siccome gliela chiesi in lacrime dopo l’ennesima notte insonne, dopo la risposta scrissero sulla cartella “paziente in crisi isterica”. Buone cose a voi tutti.

  4. Conosco bene le notti in ospedale. Quando il mio piccolo aveva due mesi siamo stati 4 gg per la sua operazione al rene. É stato straziante….ho visto cose tremende in chirurgia . I lamenti notturni dei bambini e del mio post operazione non me li dimenticherò mai . 4 notti a non dormire e comunque a ringraziare il cielo perche in fondo io ero li per una cosa grave ma risolvibile…mentre altri. Insomma scusa il tono lugubre ma quando leggo di ricoveri in pediatria rivivo tutto e credo sempre sarà cosi.

  5. Buona guarigione alla Piccolissima, e ai genitori. Avere i bimbi ricoverati (anche se per cose tutto sommato banali, chè un giro in Pediatria ti mostra cose che mai vorresti neanche pensare) è un delirio per tutta la famiglia, e la dimissione diventa il giorno più bello per tutti quanti. Il purgatorio del PS tocca a tutti, a noi capitò di andarci per una febbre che all’improvviso era risalita e subito mi hanno etichettata come “mamma medico ansiosa e ansiogena, che pensa di sapere tutto lei” salvo poi ritrattare su “mi sa che la bimba (13 mesi) la ricoveriamo”. Alla faccia della mamma ansiosa. Una settimana di antibiotici a bomba per una brutta infezione alle vie urinarie, la tv a mille ad ogni ora del giorno e la fortuna di incontrare compagni di stanza squisiti nella persona di un adorabile 18enne e, alla sua dimissione, una bimba simpaticissima con mamma deliziosa a cui potevo affidare per qualche momento la piccola quando dovevo andare in bagno, convenientemente situato al capo opposto del reparto. Dai che è passata.

  6. ho letto il post piena di angoscia per te e la tua bimba. meno male che è passata. per fortuna anche se ho tre figli almeno al momento le mie esperienze di ps sono state poche e devo dire piuttosto positive sia come approccio che tempi di attesa (l’ultima per sospetta appendicite di mio figlio è stata la più lunga e si è risolta in circa un’ora e mezza). anche l’unico ricovero (pianificato) per adenoidectomia è stato sereno e ben organizzato. mi sa che sono stata fortunata (o a torino pediatria negli ospedali funziona particolarmente bene)

      1. si ecco la cosa che mi colpisce in questi casi è che non è un problema di preparazione dal punto di vista medico, ma spesso solo di incapacità a organizzare l’ospedale e le sue procedure…. come dire, basterebbe un po’ di buon senso… è questo che mi lascia perplessa (anche qui a torino in molti casi eh, tipo l’ospedale ostetrico ginecologico dove ho partorito 3 volte è un’eccellenza medica, ma se devi andare a farti le analisi del sangue fai non meno di 4 file in posti diversi (per il biglietto, per consegnare l’impegnativa, per prendere la provetta, per farti effettivamente prelevare il sangue e così via senza soluzione di continuità, in ambienti caotici con sedie in numero insufficiente per il numero di gravide che attendono, tempo medio 3 ore per esami del sangue….)

  7. Mi spiace tanto per la Piccolissima..Hai ragione, se penso a quanta ansia ho le volte che mio figlio ha un po’ di febbre (ha due anni come la tua!), non oso immaginare quello che proverei se mi ritrovassi nei panni di chi ogni giorno teme per la vita dei propri cari.
    Un bacio alla bimba.
    ps: capisco i sensi di colpa..il mio non si ammala quasi mai (e faccio gli scongiuri mentre lo dico!) e ha avuto una febbre improvvisa proprio nell’unica settimana che ho dovuto lasciarlo con i nonni..

  8. Buongiorno e tanti auguri di pronta guarigione! Anche la mia piccola, quando aveva circa la stessa età, ha avuto la broncopolmonite, ma senza ricovero. Io vivo in Francia e qui ai bambini piccoli fanno una cosa abbastanza impressionante da vedere ma che funziona bene, la chinesiterapia respiratoria (http://www.doctissimo.fr/html/sante/encyclopedie/sa_992_spi.htm).
    In sostanza un terapeuta gli massaggia il petto in modo da provocare l’espulsione del catarro, che poi va a estrargli in gola. Descritto cosi’ sembra una tortura, un po’ lo è, ma è utilissimo coi piccoli che fanno fatica ad espettorare. Noi l’avevamo portata da una dottoressa che non aveva capito niente, quindi la tosse andava e veniva, sempre più forte, con la febbricola. Cambiata pediatra, la nuova (che abbiamo mantenuto) solo auscultandola ha detto: “Raggi d’urgenza”. Capisco i sensi di colpa, comunque non pensarci, adesso va tutto bene. Un caro saluto, Anna

  9. Paule, come sempre un meraviglioso bloghino e per gustarmelo meglio l’ho voluto leggere concedendomi un piccolo magnum al cioccolato ( ci deve essere una sorta di relazione tra i due piaceri , quello della. testa e quello della gola , se hai qualche ipotesi al riguardo … )
    Quando racconti quasi con distaccata ironia le avventure dei tuoi ratti sei ineffabile ( nel significato latino ) , ma ora la mia partecipazione benchè postuma a quanto accaduto ad Annina a te e a Mike Delfino è grandissima : con notti come quelle passate sulla descritta appiccicosa poltrona e la preoccupazione per per la piccola è assurdo pensare a sensi di colpa , i bambini si ammalano anche quando le contingenze non sono le migliori ,adesso un abbraccione a te e tanti bacini a Ricciolidoro ❤️❤️❤️

  10. Cucciola! Per fortuna è finito tutto bene.
    E confesso che la Piccolissima avvinta a scimmietta in piena fase scontrosa-paurosa mi è abbastanza familiare e mi fa sorridere. Con dolcezza. Comunque l’esperienza ospedaliera con i bimbi è sempre intensa.

  11. Quando leggo di queste avventure mi accorgo di quanto magnifico sia il nostro ospedale. L’unico ricovero del mio grande a due mesi, io allattavo e avevo quindi diritto al letto e anche ai pasti. I genitori che non allattano possono usufruire dei letti pieghevoli e richiedere il pranzo, pagandolo. La notte i rumori sono ovattati e le luci soffuse, anche in corridoio.

  12. Non passavo da un po’. Sempre meraviglioso leggerti. Purtroppo meno meravigliosa questa avventura. Mi ricordo quando sono stata ricoverata ventisette giorni all’età di sette anni per un grave problema al cuore. Me lo ricordo come ricordano i bambini, mi interessava il giorno in cui a pranzo c’erano gli gnocchi, per esempio. Detestavo quando ci lavavano tutti nel grande bagno. Ricordo la caposala che diceva “comincio a esser stanca” e io rispondevo “tu cominci sempre ma non sei mai stanca tutta”. A volte, adesso, comincio a riguardare a quei ricordi come madre, penso a come, sicuramente, fu difficile per i miei genitori. Un grande abbraccio e un bacio dolce alla Piccolissima. Madda

  13. cara Paola, mi spiace per la Piccolissima, ma ora sono sicura che sta benissimo…
    ricordo il febbraio 2011, e il primo ricovero in ospedale del Sonte, per convulsioni febbrili dovuti a un cattivissimo rota-virus, e poi l’anno dopo sempre a febbraio, un freddissimo febbraio, Leo aveva pane pochi mesi e ci ricoverarono per una brochiolite, ringrazio la mia perdita che solo auscultandolo mi disse che c’era qualcosa che non andava e li sono corsa in ospedale, avevo già la borsa pronta, e sono uscita dopo una settimana di clausura; ma almeno mi lasciavano dormire nella poltrona brandina a luci basse, la cosa che odiavo di più era la doppia pesata…

    un abbraccio Ilaria

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