Quando frequentavo una rockstar

Qualche anno fa ho scritto un racconto – la Pupa andava ancora alla scuola materna, dunque doveva essere il 2009 o il 2010 – e poi l’ho lasciato lì. Mi sembra che sia arrivato il momento di pubblicarlo, dunque eccovelo. È un po’ lungo, ma spero vi piaccia.

Save a prayer (Duran Duran)

Stamattina portavo all’asilo la Pupa e assieme ascoltavamo la radio, è una cosa che le piace molto. A un certo punto ho cambiato stazione perché davano Firenze (canzone triste) di Ivan Graziani e al settimo giorno consecutivo di pioggia mi è sembrato davvero troppo.

Certe cose ti colpiscono quando meno te l’aspetti. Come le note familiari di una ballata che scivola via interrotta solo dal rumore dei tergicristalli. «And I know there’ll be/no more tears in Heaven», eccetera. Ho chiesto alla Pupa se le piaceva la voce di quel signore, e lei mi ha risposto: «Molto. Mi sembra morbida». La Pupa – come parecchi bambini di quasi cinque anni – ha lievissimi difetti di pronuncia che evito accuratamente di correggere. Perciò, per essere precisi, quel che le è uscito è stato: «Monto. Mi fembra morbida».

I Don’t want to miss a thing (Aerosmith)

Nel febbraio ’98 avevo appena finito l’università e lavoravo da pochi mesi nel settore spettacoli di un quotidiano. Mi pagavano diecimila lire a pezzo, diciottomila i più lunghi; su Eric Clapton di passaggio a Milano per presentare il nuovo album, Pilgrim, contavo di tirar fuori un bel servizio. Ricordo che stavo per andare a vivere da sola, e che la sera prima della conferenza stampa, mentre io preparavo scatoloni e valigie, mia madre alzò gli occhi dal libro che stava leggendo per chiedermi: «Sei emozionata?». Sono quasi sicura che non si riferisse al trasloco.
Difficile che i giornalisti chiedano autografi ai personaggi che intervistano. Alcune giustificate eccezioni sono previste. Paul McCartney, Mick Jagger, ma anche Laura Pausini se i tuoi nipotini hanno perso la testa per lei. In fila per uno scarabocchio di Eric Clapton alla fine dell’incontro eravamo almeno una trentina, ciascuno con la sua copia del cd promozionale in mano. «Thanks. My name’s Paola, P-A-O-L-A». A pensarci bene una cosa che non so è dove si trovi, oggi, quel cd firmato.

Cosmic girl (Jamiroquai)

Un’ora dopo, mentre tornavo in redazione, mi squillò il cellulare. Non erano ancora i tempi in cui sul display appariva il numero del chiamante. «Buongiorno, sono la manager di Eric Clapton. Eric l’ha notata e vorrebbe il permesso di telefonarle, se lei è d’accordo». «Sì, certo, come no. Gli dia pure il mio numero, nessun problema, molto gentile».
Arrivata al giornale me la presi con i colleghi. «Siete dei deficienti, dovete smetterla di prendermi in giro. Lo sapete che mi piace cosoe vi divertite alle mie spalle».
Loro mi guardarono senza capire. «Be’, è che ho ricevuto la telefonata di una che si spacciava per sua manager».
«…»
«Cioè, vorreste dire che non siete stati voi?»
«…»
«Non vi credo. Guardate che a me non la si fa».

Smells like teen spirit (Nirvana)

La mattina dopo stavo percorrendo in auto il cavalcavia più lungo della città – come al solito andavo verso la redazione del giornale, in pratica vivevo lì – quando mi squillò di nuovo il cellulare. Non mi ricordo bene se all’epoca telefonare al volante non era considerato un gesto così grave o se io, avendo venticinque anni, semplicemente me ne fregavo.
«Hi, this is Eric».
«…»
«Hi, you there?»
«…»
«Paola?»
Eric Clapton – come molti inglesi di qualunque età – aveva lievissimi difetti di pronuncia che io evitavo accuratamente di correggere. Perciò, per essere precisi, quel che gli uscì fu:
«Pòla?»

Good vibrations (Beach Boys)

Al telefono in qualche modo riuscimmo a decidere di vederci il giorno dopo, un sabato, a pranzo. Passai ore a cercare qualcosa di carino da mettermi. Per fortuna all’epoca facevo la segretaria per un Rotary Club; e così mi presentai all’appuntamento vestita da segretaria del Rotary Club.
La pizzeria in pieno centro, scelta da lui, era uno di quei posti frequentati da vip, le pareti piene di foto del gestore del locale ritratto assieme a calciatori, attori, conduttori tv. Nemmeno eravamo entrati e già tutto il personale ci aspettava schierato: un tripudio di camerieri, bariste, maitre, responsabili di sala, tutti in fila rigidi come omini del calcio balilla, a farci strada. Che poi, che bisogno c’è di fare strada a qualcuno in un locale di trenta metri quadrati? Bisogna che tu soffra di maculopatia degenerativa oculare, per non capire dove devi andare.
Era – anche – uno di quei posti in cui pur di fare qualche coperto in più pigiano i tavolini gli uni addosso agli altri tipo vagone della metropolitana all’ora di punta. Quel giorno, in quel contesto, ero più rigida dei camerieri rigidi, ma negli anni ogni volta che ci ho ripensato ho riso al pensiero che invece per il nostro tavolo avevano riservato un angolo appartato, intere galassie distante dagli altri. E sulla tovaglia avevano appoggiato un bigliettino: «Dottor Clapton, X 2». Pensai: Dottor Clapton?

Kiss (Prince)

Nonostante le mie gravi incertezze linguistiche, i ventotto anni di differenza e il fatto che lui fosse il Dottor Clapton, l’incontro andò benino. Riuscii a ingoiare un’intera fettina di pizza, discutemmo di un anello che portavo, di una t shirt che indossava, mi chiese tante cose sulla mia famiglia e sui miei genitori. Forse parlammo un pochino anche di musica. Mi disse che amava l’Italia e che aveva tanti amici a Milano, che gli piacevo molto e che avrebbe voluto rivedermi, magari a Londra, chissà. Nel caso capitassi da quelle parti, che gli facessi il favore di avvisarlo. Mi salutò con un bacio veloce sulle labbra che mi lasciò di stucco, ma in seguito capii che lui baciava così le persone per affetto – anche la signora che gli puliva casa, per dire.
Due venerdì dopo, il giornale per cui lavoravo fallì e chiuse. Con i colleghi andammo a ubriacarci di grappa nel localetto di un amico. Incoraggiata dalla Nonino e da quei burloni con cui fino a due ore prima avevo lavorato, chiamai Eric Clapton alle undici di sera.
(Io): «Ciao, mi chiedevo cosa fai domenica».
(Lui): «Niente. Devo portare mia madre in un posto al mattino, poi sono libero».
(Io): «Ok. E lunedì, martedì, mercoledì, eccetera?»
(Lui): «Durante il giorno le prove del tour mondiale. Ma non esco prestissimo al mattino, e verso le cinque del pomeriggio sono già a casa. Poi la sera sono libero. Vieni a trovarmi?»

Romeo and Juliet (Dire Straits)

Nel 1998 non si compravano biglietti aerei last minute su internet. Volare costava abbastanza, e nonostante ciò il sabato mattina trovai tre amici disposti a venire a Londra con me il giorno dopo. Loro avrebbero pernottato in ostello; io, secondo gli accordi, in una delle case di Eric Clapton. «Non sta bene che io ti proponga di fermarti da me». Lui quell’anno faceva parte della commissione che giudica gli Oscar, e assieme guardammo un’ira di Dio di roba a cominciare da Titanic, sul mega schermo di uno dei salotti di casa sua, mangiando biscotti Digestive di cui lui era un grande fan. Mentre Jack-Di Caprio moriva congelato nell’oceano mi guardò con aria intensa, come colto da un trasalimento: «In effetti la mia casa è molto grande. Se non lo trovi offensivo o poco opportuno posso cedertene un’ala, senza che tu vada a stare da un’altra parte».

Wish you were here (Pink Floyd)

Eric Clapton l’ho sempre chiamato Eric Clapton. Mai «Eric», men che meno con un soprannome. «Che fai il prossimo weekend?». «Viene a trovarmi Eric Clapton». «Bella maglietta, dove l’hai presa?». «Me l’ha regalata Eric Clapton». Per attirare la sua attenzione tossicchiavo o facevo un gesto con la mano. A volte mi intimidivo. A volte lui si accorgeva che ero intimidita e rideva. Mi sentivo sempre un po’ fuori contesto: un’uggiosa domenica londinese andammo a un ritrovo degli alcolisti anonimi, una specie di festina per la fine del percorso terapeutico. Mi mise di fianco a uno stoccafisso («Paola, Nick. Nick, this is Paola») che beveva succo di mango e che trovavo noiosissimo. Dopo un po’ mi chiese: «Ma è famoso anche da voi in Italia?». Capii in quel momento che era Nick Cave.

No woman no cry (Fugees)

Cose belle che si facevano con Eric Clapton: sfida a chi immerge il maggior numero di biscotti Digestive nel tè e poi mangia la brodaglia senza vomitare. Partite spietate e interminabili di calcio balilla in cui io venivo invariabilmente stracciata nonostante gli anni trascorsi a gareggiare in spiaggia nel ruolo del portiere. Sentirlo canticchiare Laylamentre scendeva le scale di casa mia. Ascoltarlo suonare la chitarra seduto sul divano. Andare al ristorante a Milano prenotando sotto falso nome per avere dei tavoli normali. A Londra invece era meglio prenotare col nome vero perché gli inglesi con lui sono molto garbati.

Love is a stranger (Eurythmics)

Sia io che Eric Clapton siamo del segno dell’Ariete. Testardi coraggiosi generosi e impulsivi. Acuti e ironici. Quando lui veniva in Italia, i miei amici mi pregavano di sganciare il nome del locale in cui saremmo andati, per potersi imbattere «accidentalmente» in noi. Deve aver pensato che Milano sia microscopica, o che io conoscessi decine di migliaia di persone, perché ogni volta che uscivamo incontravo qualcuno. Per caso.
Un mio amico, oggi noto giornalista musicale, all’epoca mi prendeva in giro per questa mia frequentazione. Una volta lo incontrò mentre era con me e cadde ai suoi piedi, in ginocchio, poi gli prese la mano. Abbastanza imbarazzante, ma Eric Clapton si inginocchiò a sua volta all’istante e i due restarono lì a guardarsi, gli occhi a un metro da terra, mano nella mano. Ariete=acuto e ironico.

(I can’t get no) satisfaction (Rolling Stones)

Presto mi resi conto che non saremmo andati da nessuna parte. Il problema era che non riuscivo a capire se mi interessasse l’uomo o se invece il fatto che, insomma, «Eric Clapton is God». La seconda ipotesi però era più probabile. E mentre mi rimbalzavano in testa il suo anno di nascita e i nomi delle donne che aveva amato – Sheryl Crow, Naomi Cambpell, Lory Del Santo con la sua tragica storia – mi uscì finalmente un patetico discorsetto: «Sai, non voglio essere una tra le tante». Lui provò a opporsi. Aveva intenzioni serie, disse. Non gli credetti e, insomma, lo lasciai. Con grave imbarazzo restai a Londra altri due giorni a imbottirmi di Digestive; lui aveva messo il muso, mi rispondeva a monosillabi e per indispettirmi si riempiva la casa di certi artisti giapponesi che mi stavano anche molto antipatici. Questa del muso è una cosa che oggi capisco – l’orgoglio ferito, il maschio adulto eroe della chitarra e del rock liquidato da una ragazzina, eccetera – ma all’epoca mi fece uscire di testa.

Respect (Aretha Franklin)

Sull’aereo di ritorno da Londra pensai con insistenza per tutto il tempo: «Voglio precipitare». Invece atterrai a Milano e con l’aiuto di un amico interprete italiano-inglese gli scrissi una lettera formalmente impeccabile e straripante di sdegno. Dopo pochi giorni mi spedì indietro un pacco del tutto inatteso, con delle corde per basso marca D’Addario (gli avevo accennato al fatto che mio fratello, musicista in erba, le sognava, ma che per lui erano davvero troppo care) e un biglietto ragionevole e affettuoso che tra le altre cose diceva: «Mistakes and misunderstandings are always possible, when two people get to know each other».

Bonus track: New York mining disaster 1941 (Chumbawamba)

Frequentando Eric Clapton ho imparato diverse cose importanti, tra cui che la parola «misunderstanding» ha un bellissimo suono e che le persone intelligenti sanno ammettere di aver frainteso una cosa anche se hanno una certa età. Poi, che dovevo assolutamente studiare benissimo l’inglese, cosa che ho fatto. Infine, che quando mi aveva detto «Ho intenzioni serie» forse non mi stava prendendo in giro. Infatti pochi anni dopo ha sposato una ragazza americana non famosa, di un anno più giovane di me, da cui ha avuto tre pupe femmine. Lei faceva la hostess a un congresso in un grande albergo americano, lui aveva preso una stanza in quell’albergo, e si sono conosciuti così.
I dettagli del loro fortunato incontro me li ha raccontati proprio Eric Clapton anni dopo, quando ci siamo incontrati per un caffè. In quell’occasione mi ha anche confessato di avermi visto una volta in Autogrill – io, per la cronaca, stavo andando per lavoro a un concerto di Nek – ma di non aver avuto il coraggio di fermarmi, perché ero in compagnia di un ragazzo. Ho molto apprezzato la delicatezza, ma a posteriori dico che sarebbe stato bello salutarlo, quella volta, sulla Milano-Modena.

 

Soundtrack

Mentre scrivevo questo racconto ho ascoltato Songs from the Labyrinth, reinterpretazione della musica di John Dowland (vissuto nel ‘500) ad opera di Sting. I titoli delle canzoni che avete letto sopra invece sono quelli di una cassetta ingenuissima che avevo inciso per Eric. Non so cosa penserete di me a questo punto, però finalmente sono riuscita a togliergli il cognome.

65 commenti su “Quando frequentavo una rockstar

  1. WOOOOOOOW PAOLA!!
    che colpo di scena!
    mi ricordavo di un tuo post dove raccontavi di nick cave, ma questo, questo….
    😀

    è una storia bellissima e raccontata in modo cosi divertente.

    Non posso pero’ fare a meno di pensare come possa essere difficile essere personaggi famosi e frequentare “persone normali” (mille virgolette).
    Tu sei stata sincera con lui, ma chissà quante fregature rischi di prenderti?
    Io sarei iper paranoica. Per fortuna non corro nessun rischio.
    con affetto
    franz

  2. Ma dai??? Mi lasci senza parole! sarà una bellissima fiaba da raccontare alle tue bambine quando avranno l’età giusta (in fondo tra pochissimo, vista la velocità dell’era moderna)…

  3. Giuro che mi hai cambiato la giornata.
    Questo è il post più bello, disarmante, poetico, divertente, dissacrante e rispettoso che io abbia mai letto.
    Comprerò i tuoi libri, e anche quelli che ancora non hai scritto.
    Sono seria.

  4. io… io non ci posso credere, dico sul serio.
    Perché ho diciassette anni, un amore irriducibile per la musica, per Eric Clapton e per Layla, perché vivo con il costante desiderio di rinascee negli anni ’60 e perché credo in tutto questo, nel potere della musica, nella chitarra di Clapton e in altre mille cose. E mi hai fatto sgranare gli occhi e sorridere, sorridere tanto, troppo, perché questo tuo post mi ha commossa, sinceramente, e mi ha cambiato la giornata, come ha scritto qualcuno qui sopra, ma anche tanto altro.
    E che devo dire? Grazie, grazie mille per questo tuo scorcio, che non fa altro che incrementare la mia ammirazione per te, perché ti leggo perlopiù in silenzio ma, davvero, scrivi fantasticamente. E niente, tanti auguri a Clapton e un abbraccio a te, e, ripeto, grazie per questo meraviglioso scorcio musicale – ma anche tanto altro -, perché davvero, mi hai regalato qualcosa che difficilmente posso definire a parole.
    Minerva

  5. Ma che bello questo post! Mi hai donato una bellissima sensazione, da ” tutto puo’ succedere” , che mi accompagnerà per tutto il giorno.

  6. Premesso che lo chiami racconto che hai scritto quindi non ho capito se è vero o falso (ma credo vero). Comunque. Mi piace che la frase alla quale milioni di donne si attaccherebbero per giustificare qualsiasi bastardata tu non solo l’hai bollata come cazzata ma l’hai anche resa un motivo per lasciarlo. Mito assoluto. Empowerment a secchiate. Ma cosa fai la blogger, te? Vai a fare la coach, subito!

  7. Paolaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! superlativaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  8. Pensa che l’ho citato (e ho citato le tue frequentazioni) proprio qualche giorno fa (forse quando ha compiuto millemilaanni). E comunque Ericlapton era un gentleman e un figo, e al di là di come sia finita, parlavi di lui con un gran rispetto, perchè lui rispettava te (poi che la mamma fosse impazzita, quella è un’altra storia). Letta così fa un po’ pretty woman (a parte il diverso mestiere ovviamente che faceva Julia Roberts), ma del resto essere persona di successo non vuol dire essere per forza uno stronzo no? Certo a ben vedere oggi potrei essere tipo la sorella di una riccona (e per la proprietà transitiva esserlo anch’io), ma devo dire che anche i 3 nani, Laccio, Mike Delfino e tutta la tribù annessa restano una bella soddisfazione. Magari uno dei 3 diventa un divo.

  9. Ma tu lo sai che MOLTO PRIMA che tu scrivessi questo post, io ti ho incontrato UNA volta e mi sono vergognata ad avvicinarti (“ciao, sono Polly”…ma Polly what?), e adesso credo che non ce la potrei proprio fare, mi inginocchierei tipo il tuo amico con Eric Clapton. Sei mitica. Ha mandato a cagare una rockstar, lei.

    1. oh, mink. ma perché non mi hai chiamato? ma sei pazza?
      comunque mandare a cacare una rockstar è una cosa che a) può dare, nel tempo, grande soddisfazione e b) si fa solo da ragazze :-)

  10. Ciao *Pola*. Bellissimo leggere di questa storia, molti dettagli non li conoscevo. Mi ricordo del caffè molti anni dopo, ne raccontasti nella meravigliosa casa in Solari. Leggere il tuo modo di vedere la vita… (che la vedi proprio da ariete sai?) è un piacere che non vorrò mai togliermi.

  11. Ahimé, leggendo riesco a pensare solo una cosa: “Invidia, INVIDIA NERA”. Perché era Eric Clapton, temo: il grande, meraviglioso Eric Clapton.
    Bella avventura, davvero.

  12. non mi piaceva per niente, ma a questo punto devo assolutamente rivalutare Eric Clapton per aver capito e apprezzato la Paola Maraone 😉
    p.s. se c’è una cosa di cui sono praticamente certa è che le tue sorprese non finiscono qui.resto incollata al blog

    1. no però adesso che ci penso una volta un ragazzo che mi faceva le cassettine proprio tipo quella che hai fatto tu per ericclapton me ne fece una con dentro wonderful tonight che è una canzone a cui non pensavo più da molto ma devo dire che la adoravo

  13. Paola, stasera raccontavo a mio marito la tua fantastica storia; alla fine mi ha chiesto “ma non vi ha detto se le ha dedicato una canzone?! Tutta per lei?!”
    E ha passato tutta la serata a canticchiare “pòooola, you got me on my knees, pòla!”
    😉
    Franz

  14. Paola, stasera raccontavo a mio marito la tua fantastica storia; alla fine mi ha chiesto “ma non vi ha detto se le ha dedicato una canzone?! Tutta per lei?!”
    E ha passato tutta la serata a canticchiare “pòooola, you got me on my knees, pòla!”
    😉
    Franz

  15. Trovo questo racconto quasi surreale, e forse è la sensazione che hai provato tu mentre lo vivevi: una bolla di irrealtà, un qualcosaa di troppo… Stravagante, per poter arrivare a rappresentare una quotidianità.

    Devo dirti infatti che, quando ho letto il titolo, ho immaginato che fosse un pezzo autobiografico – come tutti. E allora per qualche secondo ho provato a immaginare chi potesse essere questa rockstar. La mia mente non è andata oltre la possibilità che fosse un qualche musicista italiano che ancora non era diventato famoso.
    Capito?
    Mica riuscivo a formulare l’ipotesi Eric Clapton. Porca zozza. Una rockstar ROCKSTAR. Irreale.

    Per caso hai ancora sorprese del genere nel cassetto? Hai fatto una scampagnata in bici con Bono Vox o mandi regolarmente mozzarella di bufala a John Bon Jovi? Mi piacerebbe saperlo 😉

  16. Mito assoluto!!! Primo, per aver realizzato il sogno di tutte le teenager da “Sposerò Simon Le Bon” in poi. Secondo, per avere avuto la forza di vedere l’uomo dietro al personaggio e agire di conseguenza. Non so quante donne avrebbero rinunciato a poter stare con una rockstar! (comunque capiterà anche a me prima o poi..Eddie Vedder mi vedrà e lascerà la sua supergnocca moglie per me!)

  17. Sai che hai rasserenato anche la mia giornata….
    penso ancora di più che tu abbia una vita fantastica :-)))))
    ciao Graziella

  18. che storia!!! davvero! Pilgrim è uno dei pochi album del mitico Eric Clapton che ho comprato, io ricordo il mio 1998 pieno di turbamenti, mio padre morto da appena due anni e quasi coetaneo di Eric Clapton, io in crisi per il ritorno di fiamma (praticamente un incendio) del mio primo amore.
    Poi ti leggo e forse io con un “anziano” non ci sarei uscita, ma non sono mai stata corteggiata da una rockstar, ma noi “arieti” siamo un po’ pazze…
    Immagino che lui fosse molto affascinante e che per una “ragazzina” fosse molto intrigante questa relazione…
    ancora se penso al quel periodo e alla sua canzone “my father’s eyes” mi coglie un po’ di tristezza.

    grazie del tuo racconto…

    1. cara… in effetti all’epoca non era così anziano. certo aveva 28 anni più di me. certo, era una rockstar… quanti pensieri si rincorrono. abbraccio te e i tuoi ricordi struggenti.

    2. lo so che non era poi così anziano all’epoca, ma se ci pensi ora avrebbe 70 anni e sarebbe un affascinante nonno…
      ho sempre pensato agli uomini prendendo come esempio il mio papà nato nel 47 e purtroppo morto presto, per quello che vedo Eric Clapton “anziano”…

      caspita ora potrò dire, sai che una volta ho bevuto un caffè con una che stava con una rock star
      un abbraccio anche a te

      PS chissà quante cose ci tieni nascoste 😉

    3. ah cara creamy mi dispiace tanto tanto per il tuo papà, anche se non lo conoscevo. e anche se è passato tanto tempo… un pensiero anche a lui, allora…

    1. questa donna. ha mangiato. i Digestive. con Clapton. e basterebbe questo, anche se fosse successo una volta sola.

      Castagna

    2. questa donna. ha mangiato. i Digestive. con Clapton. e basterebbe questo, anche se fosse successo una volta sola.

      Castagna

  19. Oh, cavolo. A me la cosa più vip che sia capitata è stata fare immersioni con Andy Luotto. Che mi chiamava “Ssssignorina!!” (sì, con tante s e i punti esclamativi), e io che avevo 15 anni volevo morire di imbarazzo. Altro che Eric Clapton.

  20. Hai fatto una stronzata!! Sempre che sia vero.
    Certo..uno che sta con un’oca come Lory Del Santo..mah. Questo sì è un deterrente.
    Io comunque preferisco Nick Cave.

    1. no guarda, nick cave è veramente molliccio.
      anche se poi anni dopo l’ho incontrato di nuovo e l’ho un po’ rivalutato.
      su lory del santo, aveva i suoi motivi… anche se possono sembrare strani

  21. Basita, attonita, incredula!
    Ti giuro Paola per tutto il tempo della lettura ho pensato: ma guarda che bel racconto.
    Invece è vero…
    Non ti bastava umiliarci con Laccio-il cane che ti spezza un braccio?
    Mi hai abbassato l’autostima di ventimila punti. Ma ti voglio bene ugualmente…

  22. Io non la conosco. Le do del tu? il blog è pazzesco e scrivi divinamente.
    Ho letto il racconto verità tutto di un fiato.
    Lalu_lstinzi.blogspot.it

  23. Io non la conosco. Le do del tu? il blog è pazzesco e scrivi divinamente.
    Ho letto il racconto verità tutto di un fiato.
    Lalu_lstinzi.blogspot.it

  24. Io non la conosco. Le do del tu? il blog è pazzesco e scrivi divinamente.
    Ho letto il racconto verità tutto di un fiato.
    Lalu_lstinzi.blogspot.it

  25. Grazie è stato una benedizione leggere questo post mentre tornavo a casa carica di pensieri… mi sono messa a ridere e ho pensato che quando non sembra esserci un modo per risollevare la giornata… beh no! c’è questo fantastico blog! e questo mito di donna!!! ssssmack

  26. Ciao Paola!
    Bella storia! Credo che poi non sia così difficile imbattersi in qualche celebrità, in fondo sono persone come noi e per certi versi hanno una vita normale come la nostra. In famiglia abbiamo il nostro aneddoto celebre, vissuto da mio padre….non lungo come il tuo, ma egualmente interessante!;-)
    A presto, Flavia

  27. accidenti, non sono ancora riuscita a raccattare la mascella… già avevo per te ammirazione sconfnata, figurati adesso. Concordo con chi dice che saresti un’ottima coach. Mi metto in coda!

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *