Oggi esce il mio libro (esempi di resilienza)

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«Mi sento come in bilico sulla punta di uno stuzzicadenti», enunciò il Pupo a sette anni quando d’un colpo gli cambiammo casa e scuola. A volte mi fermo a guardarlo mentre dorme nella penombra lattea della stanza, gli sbircio i pensieri al galoppo dietro le palpebre traslucide e penso che capita anche a me, di sentirmi così, assai spesso e per motivi molto più banali.

L’altra settimana per esempio ho avuto la malsana idea di andare a prendere a scuola la Piccolissima, ormai chiamata Napoleone per la sua ingravescente attitudine al comando, e mentre camminavamo verso casa con le dita amabilmente intrecciate lei ha alzato lo sguardo e ha visto l’edicola. Il problema è che se i miei figli vedono un’edicola hanno un potentissimo riflesso automatico, come quando il dottore ti colpisce il ginocchio col martelletto o il cane sente il campanello e si mette a salivare perché sa che arriverà il cibo. Ecco, loro cominciano a saltellare e a tirare l’adulto per la giacca, ripetendo in loop la frase «Ti prego ti prego ti prego un regalo prendimi un regalo anche piccolissimo». Ma io mi ero imposta di non comprarle nulla e il mio rifiuto, per quanto garbato, ha ingenerato un primo abbozzo di crisi.

In qualche modo siamo riuscite a fare qualche passo più in là fino al negozio di fotografia, dove lei si è lasciata ritrarre (dovevo rinnovarle la carta di identità) con l’espressione di un condannato all’ergastolo nelle foto segnaletiche. Fuori dal negozio è ricominciata la crisi: non solo voleva tornare in edicola, ma pretendeva di comprare un gigantesco set da piccolo veterinario in pura plastica, delle dimensioni di una portaerei, al costo di circa settantamila euro. Ho tenuto fede ai miei principi scandendo, con apparente calma e senza alzare la voce: «Oggi niente regali, ne hai già avuti fin troppi. Ora ascolti la mamma, andiamo a casa e ti preparo una buona merenda». Lei ha cominciato a rotolarsi per terra, con la bava alla bocca, mentre i primi passanti si voltavano a guardarci. Ho cercato di sollevarla dal marciapiede lurido ripetendo a me stessa genitorialità positiva, genitorialità positiva, ma la piccola pesa ormai 20 chili e non è stato così agevole. Alla fine sono caduta per terra, ebbene sì, finendo su un residuo secco di feci di cane e sporcandomi il trench, per fortuna in una stradina secondaria dove non passano auto e c’è pure una tintoria. Ho tolto il trench – ormai del resto ero sudata fradicia – e l’ho consegnato alla tintora, che l’ha preso in carico guardandolo con sospetto. «È solo fango», l’ho rassicurata. Poi ho avvisato Mike Delfino al telefono: «Sono a 50 metri da casa ma non so se riuscirò mai a rientrare. Nel caso, stasera quando torni al lavoro mi trovi in fondo alla via. No, non sono sola ma con quel diavoletto che hai generato».

A un certo punto la Piccolissima ha guardato il cielo, ha visto uno splendido stormo di storni e ha smesso all’improvviso di fare capricci: «E va bene mamma, scusa, ora andiamo a casa». La sera mentre rimettevo a posto il diavolìo di chiavi, scontrini, monete e quel che nel casino mi era uscito dalle tasche del trench, mi sono accorta che avevo perso il bancomat e ho chiamato la tintoria: «L’ho lasciato da voi per caso?». «Assolutamente no», così mi sono rassegnata e ho chiamato il numero per bloccare le carte. Il giorno dopo mi ha richiamato la tintoria: «Abbiamo trovato il suo bancomat, l’ha già bloccato». «Eh».

Un paio di giorni dopo quest’episodio, mi sono accorta che non trovavo più un sacchetto contenente i pantaloni – miei e del Pupo – portati a rammendare in sartoria. Possibile che non li abbia mai portati a casa? mi sono chiesta. E così ho cominciato a perlustrare i bar della zona – tre – che frequento di solito. Al terzo tentativo li ho trovati! «Sì, signora, li ha lasciati qui l’altra mattina». Sull’onda dell’entusiasmo ho ordinato un caffè, ma mentre lo bevevo mi sono resa conto che non avevo soldi per pagarlo, e nemmeno il bancomat che era ancora in tintoria (e comunque bloccato), solo una carta di credito secondaria che non uso quasi mai. Ho lasciato i pantaloni in ostaggio al bar e sono andata in piazza a prelevare con quella. Credevo di essermi segnata il pin sul cellulare, mascherandolo tra i contatti alla voce “Pino dogsitter”, ma invece quella sequenza di numeri era veramente il telefono di un tal Pino, professione dogsitter: così ho sbagliato per quattro volte il codice e il dannato bancomat mi ha mangiato la tesserina.

A quel punto avevo i lucciconi ma mi sono chiesta: «Cosa farebbe Chuck Norris in questo momento? Cosa farebbe Florence Nightingale? Cosa farebbe mia nonna pugliese?». Non mi sono persa d’animo, sono entrata in banca a passo di marcia, ho incrociato il direttore e gli ho chiesto se mi prestava due euro per pagare il caffè. Lui me ne ha dati cinque prendendoli dal suo portafoglio, con lo stesso gesto con cui un padre dà la mancia alla figlia. Glieli devo ancora restituire (e devo pure recuperare il bancomat), e intanto vivo di piccoli prestiti e offerte spontanee da parte di mio marito e delle amiche. Però oggi esce il libro, bellissimo, che ho scritto con Alessandra Di Pietro: Mammamia! Il metodo italiano per crescere bambini felici ed essere genitori sereni (lo trovate in tutte le librerie). In più è il mio terzo anniversario di matrimonio e pure, guarda caso, il compleanno della mia nonna pugliese, che oggi avrebbe 105 anni.

3 commenti su “Oggi esce il mio libro (esempi di resilienza)

  1. Carissima, ho riso e pianto dopo aver letto questo post, perchè ho rivisto una mia tipica giornata. Madre di due figli maschi, con grandissime difficoltà con il piccolo treenne: ogni volta ne capita una, e quando siamo per mano e non vuole fare qualcosa, tira e tira per farmi cadere. Un giorno gli sono caduta addosso, sopra di lui e sopra la sua biciclettina su cui si ostinava a fare da solo. Dimentico ovunque qualcosa, perchè parto a razzo per rincorrerlo o perchè mi ha stordito a furia di capricci. Che si dice in questi casi? Passerà? Nell’attesa.. resisto e resilio! :-)

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