Le conseguenze di Sanremo

Per tutti un’ora d’aria, di gloria  Un post forse fuori tempo perché il Festival di Sanremo è quella cosa di cui si parla tantissimo ma solo per una settimana all’anno – poi scompare nel nulla, inghiottito da questioni più serie come quella del povero ragazzo – e dei poveri genitori – di Genova e da altre più inessenziali come le liti sulle palme in piazza Duomo a Milano, per cui c’è addirittura chi si scomoda a creare, e firmare, petizioni su Change.org. Ecco perché al Festival ci vado sempre ma non c’è volta che ne scriva qui sul blog. (Curiosità – state ancora ballando Occidentali’s karma o vi ha già stufato?)

Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili  Però quest’anno è successa una cosa speciale. Per Sanremo siamo partite come sempre in due, con l’obbiettivo di realizzare videointerviste per il nostro giornale. Al posto della telecamera usiamo sempre l’iPhone (il mio), gli auricolari – i miei: l’anno scorso li ho pure rotti e ricomprati – come microfono; mettiamo online l’intervista senza montaggio, subito dopo, sul sito di Gioia. La mia collega disinvolta e fotogenica porge le domande e va in video, io sono l’operatore di ripresa (qualche anno fa per imparare a tenere il telefono fermo, senza tremare dalla ridarella alle risposte buffe di Elio e le storie tese, mi sono pagata un corso di sei ore). All’inizio i cantanti erano perplessi, i nostri mezzi non sono quelli della Rai. Poi si sono abituati, in media gli italiani non se la tirano, ancorché artisti sono dei bonaccioni; qualche minuto per noi lo trovano sempre e si sforzano di sorridere, anche se lo vedi che vorrebbero solo dormire o chiudersi in camerino a pregare, l’hanno fatto persino i Bluvertigo l’anno scorso pur non essendo perfettamente lucidi; e l’intervista in cui Andy fa scivolare lentamente la mano lungo la schiena della mia collega, giù giù fino alle chiappe mentre lei immobile deglutisce e gli chiede il significato profondo della sua canzone, è diventata virale.

Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi  Sanremo prima e dopo il Festival è noiosetta e tranquilla, durante invece è il caos. Si fatica a camminare, tutti vogliono farsi foto con tutti, la gente normale prima si agghinda come dovesse salire sul red carpet, poi si getta in mischia come neanche al 6 Nazioni di rugby; c’è un che di incongruo in queste signore vestitissime e con make up da urlo che imbracciano megafoni e vuvuzelas a un centimetro dal tuo orecchio, al solo scopo di sottolineare la loro presenza lì.

Comunque vada panta rei  Per quanto diffusamente e con dovizia di dettagli te la raccontino, se non ci sei stato non puoi capire la fatica di tutti quei chilometri, anche 15 in un giorno testimoniati dall’impietoso contapassi del telefono, fendendo la calca per incontrare persone; non puoi capire il convulso avanti e indietro, da un lato la redazione che ti chiede di postare fotine su Instagram accattivanti come l’Internet comanda, e pezzi di costume e pagelle sul sito fino a notte fonda; dall’altro lo zaino pieno e pesante che ti trascinerai dietro da mattina a sera e ti sega le spalle, su e giù per le scale di cui le cittadine liguri inutilmente sovrabbondano; non puoi capire, se non ci sei stato, l’irritazione che monta e il mal di testa che spunta quando a fine giornata aspetti di incontrare Masini ma le Iene lo inseguono per il loro servizio, ché tutti devono lavorare, e gli fanno perdere tanto tempo che il tuo appuntamento salta; e poi c’è la ciliegina sulla torta di Fiorella – la cantante a cui, dicono certi colleghi maligni, hanno tolto l’apostrofo e di cui durante l’anno nessuno parla – ma che qui è che in preda al panico perché qualcuno le ha detto che arriverà prima; allora lei cancella tutte le interviste, e tu lo scopri solo una volta arrivata sul posto dove avevate deciso di incontrarvi; la sua addetta stampa raggiunta al telefono dice di averti mandato una mail per dirtelo, ma tu non le leggi le email mentre cammini per tutti quei chilometri, e poi comunque vien fuori che no, si era confusa, pensava di averti scritto e invece no.

Quando la vita si distrae cadono gli uomini  Proprio Fiorella, che non lo saprà mai, è responsabile della catena di eventi che trasformeranno questo Sanremo in un Sanremo speciale; la mia collega, se solo la telecamera del mio povero iPhone riuscisse a inquadrarla per intero e non solo in viso, limitata com’è dalla lunghezza degli auricolari usati come microfono tale per cui operatore e intervistati devono stare a venti centimetri gli uni dagli altri, mostrerebbe la Grande Verità, e cioè che sotto il faccino bellissimo e il trucco da ventenne ha un pancione gigante, anzi enorme, perché è incintissima. Certo: prima di venire al Festival ha fatto tutti i controlli e le hanno detto che sì, poteva partire; ma è proprio vero che in certe cose non si può mai sapere, e comunque dopo i milioni di scale percorsi invano sperando di incontrare Fiorella comincia ad avvertire un vago disagio, che poi si trasforma in dolore, e riesce appena a scambiare quattro parole con Chiara, Sergio Sylvestre e Beppe Vessicchio – quest’ultimo intervistato tra una contrazione e l’altra, ma sempre con il sorriso – e poi mi guarda, e mi dice: e se davvero fosse che fosse?

Storie dal gran finale  Suo marito l’ha accompagnata fin qui. Così anziché girare i tacchi e rimettersi in macchina per tornarsene a casa, dove l’aspetta l’altra figlia – tre anni, sistemata dai nonni –  continua nel suo straordinario e paziente ruolo di innamorato: e la porta in ospedale dove peraltro, si erano già informati, l’assistenza in travaglio è ottima, le strutture efficienti. Eunque, sorpresa, la vera notizia del Festival diventa questa: a Sanremo si può nascere, e bene. E così io continuo da sola a macinare chilometri e pagelle e interviste, e una volta piango di nascosto per lo sconforto, e vado in video al posto suo, assieme ai cantanti, sconvolta, con i capelli che non si possono dire e quel poco di mascara ampiamente colato, e chiedo ad addetti stampa e passanti caritatevoli che mi reggano l’iPhone se possibile con mano salda, e non mi fermo mai, mai, mai; mentre lei, la mia collega, in ospedale fa quel che deve fare e cioè soffre e urla e spinge, e tutte quelle cose che sapete fin troppo bene e di cui sui nostri blog di mamme si è tanto scritto.

Namasté (Ohm)   La domenica mattina dopo quattro ore di sonno, quando questa colossale settimana è finalmente finita, prima di rimettermi in auto verso Milano vado all’ospedale di Sanremo. Il posto è quieto e sa di minestrina e di pelle di bimbo e Fissan, come è giusto che sia. Nella stanza numero 6 non c’è una ragazza ligure ma la mia collega, con il suo piccolissimo nato ancora più piccolo di quanto dovrebbe, perché in anticipo, ma bellissimo e benedetto come e più della vita cantata dall’ex aspirante prima classificata. Mi dice che le sembra sia con lei da sempre; di avercelo sempre avuto, e che già non ricorda com’era la vita senza. La meraviglia di vederla stanca e senza trucco, mamma per la seconda volta, stretta nella sua vestaglia rossa molto rock’n’roll, ancora più giovane. Tempo fa mi aveva chiesto: ti dispiacerebbe se lo chiamassi come tuo figlio? Le ho detto niente affatto, anzi, e così ora per le strade del mondo respira un altro bambino-miele che porta il glorioso nome del Pupo, il che mi rende assai fiera e felice ancorché esausta, e mi spinge a scrivere per una volta un post sul Festival; allora in fondo, forse – ma ditemelo voi – non poi così fuori tempo.

 

Soundtrack: Fin troppo facile, ma curiosamente le parole si adattavano. Off the records, Francesco Gabbani è molto simpatico e per finire no, me l’hanno già chiesto, ma proprio non so se la leggenda che circola sulle sue misure abbia un fondamento di verità.

17 commenti su “Le conseguenze di Sanremo

  1. Sto ridendo, ma commossa. Si può? Insomma due travagli in parallelo, lei e tu. A parte che immagino la sfacchinata su e giù per le vie, e la scena della distanza “minimal” dettata dal breve cordone ombelicale del telefono già vale il sorriso. E poi no… non sei fuori tempo, non puoi esserlo proprio, questo Sanremo l’hai reso immortale, come ogni piccola enorme vita.

  2. Oh Paola, se fossi la tua direttrice, il pezzo su Sanremo, piuttosto che su Fiorella, la gara, i big e le nuove proposte, lo vorrei sulle vostre (dis)avventure. Sicuramente sarebbe diverso da tutti gli altri, e poi, un bimbo nato nel (e per il) tran tran sanremese, questa sì che è una notizia.

  3. Io, che sono sempre fuori tempo, non ho ancora sentito nessuna delle canzoni di Sanremo. Giuro. Nemmeno quella arrivata prima o quella della Mannoia di cui tanto si parla. Ogni giorno mi dico “dopo le cerco su youtube” e poi me ne dimentico. Perciò anche se leggessi questo post tra un mese, per i miei canoni, saresti perfettamente in tempo.
    Mi sono quasi commossa leggendo della tua collega, le cose che ci succedono quando non ce le aspettiamo sono le migliori.

  4. Sanremo visto da emigrata ha un effetto sconvolgente, in una Londra glaciale nel clima e nei sentimenti ci si commuove pure per le pubblicitá della Rai. Leggerti é sempre ritrovare la stazione radio sintonizzata con le onde del mio cuore. La scimmia si é rialzata alla prima nota e ancora balla, stupita di quanto ci si possa sentire connessi nella voglia di dimenarsi senza tanti perché. Terra dei cachi, mi manchi.

  5. Eh ma che avventura! E’ proprio vero che i pargoli vengono al mondo quando dicono loro! Ma ha il primo glorioso nome del pupo o il secondo glorioso nome del pupo? ^_- Ciao Paole’!

  6. Paola, sarò all’antica, è vero che la gravidanza non è una malattia ecc ecc e che lavoriamo quanto gli uomini, e spesso meglio, ma lavorare fino al travaglio è troppo. Non c’è bisogno del medico per sapere che correre su e giù per Sanremo in “quella” settimana è a rischio contrazioni, te lo potevo dire pure io eh :-)
    Sono contenta che tutto sia finito bene. Un bacione alla tua collega e al pupo!

  7. Un racconto bellissimo, ho sentito tutta la fatica, la stanchezza fisica e mentale, la sensazione di surreale, l’improvvisazione, il senso delle cose, ancora fatica, artisti capricciosi e poi lacrime e un bimbo nuovo di zecca con un nome misterioso ma dolce.
    E poi mi sono guardata allo specchio e ho visto che avevo il mascara colato dalle 10 ore di ufficio e i capelli crespi che qui c’è nebbia.
    Che sceneggiatura folle che ha, la vita…
    Grazie Paola, mi fai sempre sentire meno stramba … :)

  8. Paola, ma Ermal Meta l’hai intercettato nei tuoi giri sanremesi? perché anche se la canzone era un po’ stereotipata quell’ansia da respiro corto della strofa e lui come lui con quell’aria scarmigliata sul palco mi hanno colpito e vorrei la tua opinione.
    Per quanto riguarda il piccolino beh ha già un bell’asso nella manica da giocarsi …quanti di noi hanno un aneddoto così da raccontare sulla propria nascita??!! mitico! anche se non so se avrei voluto essere la sua mami in quel momento…

  9. Fortissima Paola. Ci fai ridere e piangere, come sempre. Buona vita al pupino! E tu, riposati, non ti eri operata da poco ai legamenti? Tutti quei kilometri…. Un abbraccio, Paola

  10. Ma insomma Paola! Ero li, lavoro a Sanremo come insegnante precarissima in una scuola superiore, ma ho poche ore e finisco presto. . Insomma, a saperlo ! Sarei venuta tanto volentieri a tenerti il telefono con mano ferma (forse!). Ti avrei anche portato lo zaino! Con le risate che mi hai fatto fare in questi anni.. davvero! Senza esitare! L’anno prossimo, se serve, fai un fischio!

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