Il latte sulla tastiera

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La vita ai tempi dell’innominabile è uno slalom infame. Chiusi come tutti tra le mura di casa, nella regione d’Italia più colpita, siamo circondati da notizie altalenanti – alcune pessime, altre così così, altre che fanno intravedere un briciolo di speranza – e ci sforziamo di scovare in mezzo al guano le fonti più affidabili, possibilmente rassicuranti. I bambini pigolano e strepitano. Le chat di classe pigolano e strepitano. Si pigola e si strepita anche nei sogni (almeno, nei miei).

A oggi, i rat i Pupi nella loro nuova versione stanziale e domestica hanno già messo a segno alcuni importanti danni. Del resto siamo sempre tutti qui, tutti assieme. La casa non conosce tregua. E come tracce del nostro quotidiano passaggio si moltiplicano le ditate sui muri, i giochi rotti, quelli con le batterie scariche che, lo sappiamo, nessuno cambierà per mesi. Il Pupo l’altro giorno ha fatto cadere una lampada da comodino. Il giorno dopo la Pupa per non essere da meno ha mandato in frantumi un’altra lampada, quella sopra lo specchio del bagno, colpendola con il bastone del Mocio Vileda. «Ma come diavolo hai fatto?» «Stavo riempiendo il secchio di acqua calda, per pulire il pavimento. Guarda che me l’hai chiesto tu». «Ma perché non hai tolto il bastone?». Pigolìo. Piantino. «Non sapevo che fosse necessario. Non l’ho mai fatto prima», il che spinge a riflettere su quanto i figli della società del benessere siano in genere poco avvezzi alle faccende domestiche. L’ex Piccolissima al momento stranamente non ha rotto nulla, ma strepita più degli altri. Si rifiuta di dormire da sola, se interrogata spiega: «Sogno i serpenti». Quando tenti di farla ragionare le vengono gli occhi liquidi e dice: «Lo sapevo. Io vi creo solo problemi». A quel punto io abbasso le spalle e migro silenziosamente nella sua stanza, mentre il padre, Cuore di Burro, la prende con sé nel lettone e si rassegna a prendere manate in faccia per tutta la notte.

Nonostante sia relativamente tranquilla nel mio (suo) lettino, c’è un momento in cui mi sveglio anch’io nel buio, come tutti. Non so mai che ore sono – non voglio saperlo – ma mi vengono i pensieri più assurdi. Poco più di due settimane fa all’alba, il sabato precedente al lockdown, un pazzo che abita nel mio quartiere ha bucato con il punteruolo le gomme di tutte le auto parcheggiate sul lato sinistro della via (sosta vietata ma tollerata perché in realtà la strada è abbastanza larga) urlando che gli davano fastidio. Semplicemente questo: gli davano fastidio. Ha fatto saltare qualcosa come duecento gomme. E mentre ancora imprecavamo cercando di capire come raggiungere il gommista più vicino, sono passati i vigili e ci hanno multato – a noi e decine di altri sventurati – per divieto di sosta. «Ma non posso nemmeno spostare l’auto». «Si arrangi e lo faccia in fretta o siamo costretti a multarla di nuovo» (sempre carini, i vigili). Ecco, stanotte mi è venuto in mente che ieri dopo aver fatto la spesa (atto in sé eroico) ho lasciato l’auto parcheggiata dal lato sbagliato, e mi è venuta paura che il pazzo in questione ripetesse il suo insano gesto. Però avevo ancora più paura di alzarmi e andare a spostare la macchina. Così non l’ho fatto e sono rimasta lì a rotolarmi (con oscillazioni minime, invero, essendo il materasso a una piazza). Ho ripreso sonno solo dopo quella che mi è sembrata un’infinità di tempo e stamani ho ringraziato il cielo perché non era successo niente. Forse anche il pazzo ha paura di uscire.

Poiché Mike Delfino è fin qui andato al lavoro, io sono rimasta a casa: con i ratti (ok, l’ho scritto: ratti) da una parte, e lo smartworking dall’altra. Pure durante le “call” di lavoro su “Teams” (non avevo mai usato il termine “call” prima d’ora. Del resto, mai saputo che esistesse “Teams”) ogni tanto esplode qualche pigolìo: «Mamma, mi è caduto il latte sulla tastiera del tablet», «Mamma, mi scappa la cacca», oppure più semplicemente: «Mammaaaaaah!». Poiché i ratti, pur appartenenti a famiglie diverse, hanno voci molto simili, è facile confonderli. Nessuna di noi è ansiosa di ascriversene la maternità. Immagino le colleghe alzare gli occhi al cielo e a ogni «Mammaaaaah!» maledire brevemente quella sera di qualche anno fa in cui sono rimaste a casa ad amoreggiare col marito anziché andarsene a ballare. Regna dunque l’omertà: «È tuo figlio?». «No». «Allora è il tuo?». «Macché». E così via, in pieno negazionismo. Però sappiamo benissimo che, a turno, una di noi mente. Sappiamo benissimo che un pigolante – può pure essere che a questo giro non sia il nostro – il latte sulla tastiera l’avrà rovesciato veramente.

 

 

7 commenti su “Il latte sulla tastiera

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