La nostra casa e altre avventure

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Ai tempi del lockdown, quand’era difficile anche fare la spesa al supermercato, ci era sembrato di aver avuto una buona idea. Cercare una casa in affitto per l’estate, che fosse lontana abbastanza da permetterci di cancellare dalla memoria quei giri infiniti del quartiere, i due mesi abbondanti di su e giù portando a spasso Laccio – il cane che non è malaccio – e compulsivamente calpestando ogni giorno gli stessi marciapiedi, le stesse serrande chiuse, fissando gli stessi balconi da cui pendevano gli esangui tricolori avuti in regalo con il Corriere della Sera, mentre aspettavamo che partissero le prime note dell’inno d’Italia delle 18. Doveva essere lontana da tutto questo, la casa; doveva essere in grado di farcelo dimenticare e assieme di traghettarci verso un altrove bucolico, sano, lieve e solare – e al tempo stesso, se possibile, non rovente.

Tempi presenti, casini interni, casini esterni   Doveva insomma essere lontana e assieme vicina, ché ai tempi del lockdown – ricorderete – non eravamo nemmeno sicuri che avremmo potuto lasciare la regione; figuriamoci se pensavamo che saremmo potuti andare in discoteca in Croazia, dove indossando una mascherina con il muso di un maiale avremmo dichiarato a un’attonita cronista del Tg «Non ce n’è più di Coviddi, non ce n’è più». Con quel pensiero in mente – fuggire dalla città, dal caldo che sarebbe arrivato, fuggire da quei giri attorno all’isolato che tanto ricordavano il gioco “Unisci i puntini” della Settimana Enigmistica, evitando le pozzanghere e gli altri esseri umani frettolosamente incrociati, lo sguardo basso come fossimo tutti colpevoli, sentendoci obbligati a non calpestare (o a calpestare) le righe ripetendo lo schema più classico dei disturbi ossessivo-compulsivi – ci eravamo messi a spulciare gli annunci, inserendo tra le chiavi di ricerca parole come “Lombardia”, “casa in affitto” e “lago”, perché sperare il mare nella nostra regione, ce l’avevamo ben chiaro, sarebbe stato tracotante.

Tempi impossibili tempi noiosi tempi stupendi   Un altro mantra dei tempi del lockdown era «Tieni al sicuro gli anziani». All’improvviso i nostri genitori, gli stessi che tante volte ci avevano salvato le chiappe scapicollandosi da una parte all’altra della città – il bambino ha la febbre e va ritirato da scuola, la bambina ha vomitato in palestra e va ripresa dalla lezione di danza, la bambina-ragazzina è pigra e le serve un passaggio, proprio non riesce a tornare dalla piscina con la metropolitana – erano diventati creature fragili, di pelle trasparente, farfalle da cacciare prudenzialmente al riparo sotto una campana di vetro. Quanti amici ho sentito raccomandare a mamma e papà di non parlare senza mascherina, anzi di non parlare proprio, di non stringere mani; nel dubbio, di fare un passo indietro. Allora conveniva – avevamo pensato – portare queste farfalle-crisalidi in un posto sicuro; la spiaggia del lago non sarà Bandiera Azzurra ma ha un indice Rt che lévati.

E tu corri tu cerchi di evitarti non sopporti più i rumori   Diciamo la verità: la Lombardia non è la Liguria con il suo mare a tratti crudelmente cristallino. Non è il Veneto con le sue cime sfacciate, il prosecco e le coste ampie, monotone e accoglienti. Non è nemmeno l’ineffabile Molise in questo 2020 da tutti vagheggiato (se mi chiedessero: disegna il Molise, io rappresenterei un signore coi baffi e l’aria birichina, che guarda altrove). In Lombardia si produce – lo sapete – e poi si studia si lavora si incontrano stranieri, si macinano chilometri tra i boschi e sul tapis roulant, ci si permette di progettare il futuro. Al limite si ospita(va) Clooney a Laglio. E così nonostante avessimo più volte digitato le parole chiave, la ricerca restituiva solo annunci spietati: roba da 7.500 euro al mese come minimo, per i danarosi turisti tedeschi quest’anno assenti. Ma a un certo punto abbiamo ricevuto una telefonata dal Lago Maggiore: era un amico di amici di amici, un tal Philippe. Che aveva un bed&breakfast ma, ci ha detto, causa Covid non ce l’avrebbe affittato – troppo complicato. Però: «Ho un’amica, si chiama Maria. Anche lei affittava casa sua a settimane. Anche per lei quest’anno è troppo complicato, è nata nel 1940. Però per voi. Se volete. Ve la dà tutta. E fa un buon prezzo. Visto che siete amici di amici».

E con dissimulata indifferenza torni a casa dai tuoi genitori  Abbiamo così trovato una grande, grandissima casa dove si potessero svagare i bambini e tenere al sicuro i nonni, sul lago ma non esattamente sul lago. Però dal terrazzo, se ti metti in punta di piedi, ne vedi un angolino. Non mio padre, che dall’anno scorso ha una grave maculopatia e non può più guidare né scrivere (e pensare che era il suo mestiere) né leggere il giornale (e pensare che lui i giornali li faceva) né scacciare una zanzara. Ecco, il lago lui non lo vede. Ma intuisce che la casa è bella. E poi in realtà non è una casa: sono due, una sull’altra. C’è spazio per tutti, sembra. Con due cucine due bagni e tutte le camere che la signora classe 1940 affittava a settimane. L’intonaco qua e là si sfarina e forma curiosi mucchietti sul vecchio pavimento sbeccato, ma lo stesso ci pare perfetto. I gatti dei miei genitori rimarranno di sopra, il cane Laccio che non è malaccio occuperà il piano terra, anzi il giardino, che è grande ma con un susseguirsi di terrazzamenti che i tecnici chiamano morene e lo rendono impervio, gradevolmente ostile.

Dietro di te le macerie, le false speranze  Scrivo di queste cose perché forse un giorno sarà bello (struggente/necessario) sapere di averne tenuto traccia. Nella maledetta estate dell’arcidannato 2020 ho ricevuto la lapidaria conferma che tenere assieme generazioni diverse può rivelarsi una sfida titanica – e qui non parlo dei Pupi, cui badiamo in modo più o meno armonioso dalla loro nascita, ma dei genitori. Io nel 2020 non ho imparato niente, il Covid non mi ha reso migliore, ho solo rallentato i ritmi, rinunciato alle interazioni sociali e a ospitare migranti in transito, smesso di fumare quelle due sigarette serali che mi concedevo di nascosto dai miei figli, compresa la Pupa che tra l’altro legge tutti i miei post e comunque quasi certamente lo sapeva già. Specifico che non ho smesso di fumare per un gesto virtuoso ma solo perché sono ipocondriaca e mi sembrava incoerente continuare a farlo nel contesto di un virus che colpisce le vie respiratorie. Non sono diventata migliore ma come quasi tutti (a parte i produttori di vaccini, medicinali, forniture ospedaliere – e ovviamente Amazon) sono diventata più povera; sono più spaventata, meno ottimista, mi sento meno libera di un tempo. Avevo così tante cose da dire e da scrivere, in questi mesi, che ho finito per tacere. Ed è stato in una logica di riduzione del danno, che ho cercato una casa per la mia famiglia allargata – nonni, nipoti, noi. Non uno slancio vitale ma un’isola cui avvinghiarsi.

Due bar una farmacia una chiesa un negozio di alimentari  Se sostenessi che ha funzionato come avevo sperato, mentirei. Diciamo che a un certo punto dell’estate io, Mike Delfino e i bambini ci siamo presi qualche giorni di stacco e siamo andati via dal lago. Abbiamo strapagato qualche giorno di mare crudelmente cristallino in un ecovillaggio dove non c’era niente se non un minimarket e un baretto aperto pochissime ore e dove, per andare in spiaggia, si facevano anche 10 chilometri a piedi ogni giorno. Ma laggiù era pieno di aguglie, orate, pagelli, polpi e altra roba in movimento, roba da restare senza fiato, e i Pupi maggiori hanno incontrato due ragazzi di Brescia sfiorando qualcosa che sta al crocevia tra l’amicizia, la malinconia e l’amore, e a quel punto chi eravamo noi per dire: «State indietro, state distanti»?

Ritornare sconfitta e contenta facendo finta di niente  Dopo la Liguria siamo stati a Treviso, dalla mamma di Mike Delfino; scrivo questo post in una pausa milanese di poche ore (cambio bagagli) prima di tornare al lago per un’ultima settimana. Per i prossimi giorni mi aspetto ancora, meteo permettendo, qualche bagno fangoso e un po’ di sole. Dovessi fare un bilancio: in fondo non è andata così male. Siamo tutti sani, o meglio: siamo com’eravamo. Molto è come prima, qualcosa è cambiato. Quando arriviamo in un posto la prima cosa che chiede la Pupa è «C’è il wi-fi?» e la seconda, quando scopre che non c’è: «Mi fai da hot spot col tuo cellulare?». Il Pupo a quasi 12 anni e in pieno distanziamento sociale è riuscito comunque a prendere i pidocchi e ad attaccarli alla Maggot e a me. Quando gli ho chiesto un trattamento efficace il farmacista rideva sotto la mascherina. «Ma come ha fatto?». Ah, saperlo. Che poi nel rimbambimento delle prime ore del mattino sono riuscita a scambiare la schiuma antipidocchi al piretro con la soluzione fisiologica e me ne sono sparata una bella dose nella narice destra. Ha bruciato per ore ma ho pensato: hai visto mai che le lendini si annidassero anche lì.

Ti leggeranno in faccia una vaga idea di futuro migliore  Qualcosa è cambiato, molto è come prima. Per esempio: quando mi sento un po’ giù per qualche sciocchezza che ho commesso, mi basta pensare a chi vive con me per ritrovare il buonumore. La Pupa a 15 anni è diventata disordinatissima (confortatemi vi prego e ditemi che passa). In vacanza ha plurime volte dimenticato/perso i contenitori per le lenti a contatto, dunque usava improbabili bicchierini per ricoverarle la sera. Il risultato è che una notte Mike Delfino si è svegliato con l’arsura (questa è una delle sue espressioni preferite: «Mi sono svegliato con l’arsura») e, al buio, si è ingollato un’abbondante sorsata di liquido per lenti, comprese le lenti. Per la precisione, ha inghiottito due quindicinali marca Acuvue che avevano due soli giorni di vita. Se non altro, ha detto, non gli han dato problemi di digestione. Il bello è che non se n’è accorto subito ma la mattina dopo, quando la Pupa ha cercato le lenti invano e ha poi cominciato a pigolare: «Dove le avete meeeeesse? Oh, ma proprio non ce la potete fare». Lì si è alzato tutto un turbinìo di paroline dolci da parte di Mike Delfino di cui, a distanza di giorni, se tendo le orecchie avverto ancora l’eco.

 

Soundtrack Da molto tempo non scrivevo e da moltissimo non indicavo una colonna sonora. Ma la canzone di cui leggete qualche strofa qui sopra è una delle mie preferite, si intitola Nel profondo Veneto (un posto dove mi piacerebbe vivere), è opera dell’ingegno di Vasco Brondi (Luci della Centrale Elettrica) e la dedico alla nonna Ilde, fiera trevigiana nonché genitrice di Mike Delfino. Il post invece lo dedico alla Nonna Topo, che mi ha chiesto di scrivere più spesso (e ha ragione!). [Avendo citato due nonne ne sto però lasciando fuori una terza, mia madre, che conoscendola potrebbe offendersi ma non deve – del resto senza di lei non sarei nata, eccetera].

 

 

 

 

 

 

14 commenti su “La nostra casa e altre avventure

  1. Post formidabile, come tutti i tuoi (RARI!) post. Concordo con la terza nonna: dovresti scrivere più spesso… o scrivere un libro. Leggerti fa bene all’anima: grazie!

  2. AHHH adesso sì che ti riconosco, non ieri al telefono… anche se facciamo sempre un sacco di battute sulla situazione tragicomica della nostra estate, con il contorno di Covid e dieta, con bambini grandi o grandi bambini da gestire, gatti e cani e…adesso chiudi gli occhi e pensa a quelli che hanno anche uccellini, tartarughe, criceti e donnole da portare in vacanza! Scrivi ancora, serve a noi per rigenerarci, serve a noi che pensavamo di leggere tutta l’estate e invece siamo qui a “sistemare” casa o lavorare da casa!

  3. Ti amo! E ora posso commentare perché ho il wi-fi dell’albergo (in provincia di Treviso) che mi sta ospitando. Ho finito i dati a furia di fare da hotspot ai due cosi adolescenti che quest’estate si ammucchiavano con altri cosi sotto l’ombrellone e non potevo, davvero, dire di no. Troppa amicizia, troppo amore, troppa malinconia. Grazie, come sempre.

  4. Questo post trasuda malinconia e ti sento vicina. Dal lockdown ho imparato a godere di ogni secondo di benessere, ma è facile quando le cose tutto sommato non vanno male; mi bastano pochi giorni di ferie guastati da una disavventura di salute – ora risolta – e benedetti/maledetti da una storia un po’ d’amore, un po’ di tormento e molto di emozioni – alla mia età, tornare adolescente a tradimento – che mi verrebbe da fare il più classico dei commenti, “non vedo l’ora di andare a casa a riposare” 😀 un abbraccio

  5. Netflix! Hai dimenticato quanto sono diventati ricchi quelli di Netflix!
    Bellissimo post, malinconico, come forse siamo rimasti tutti noi dopo questi mesi assurdi.
    Se ripenso a tutto quello che è successo…
    Grazie Paola :)

  6. Bellissimo post, mi fanno invidia buona due cose: il no panic per i benedetti compiti estivi dopo la DAD (il mio 11n forse non si ricorda più l’uso dell’h) e il nome dell’ecovillaggio in Liguria. Magari puoi condividere entrambi i segreti?
    Sarebbe bellissimo e faresti una mamma meno ansiosa

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