La curva prima

Qualche settimana fa avevo pronto un post buffissimo su un viaggio da incubo fatto con i Pupi, Mike Delfino e il fido Laccio in auto, di ritorno da una vacanza in Alto Adige a Milano. Poi, proprio quando stavo per metterlo online, è capitato quel terribile incidente sul raccordo autostradale di Bologna, quando è esploso un tir.

Allora non mi è più sembrato il caso.

Ho aspettato un po’, e mentre l’estate avanzava torrida – ma anche placida – un angolo del mio cervello appannato dall’afa si chiedeva: è passato un tempo ragionevole perché le mie disavventure autostradali non suonino irrispettose ma solo esilaranti?

L’altro giorno dovevamo partire dal borgo poco sopra La Spezia dove d’estate stanno i miei genitori coi bambini – io, Mike Delfino, la Piccolissima di 4 anni; la Pupa è in vacanza con suo padre – per andare a prendere il Pupo, ospite da qualche giorno di alcuni amici che vivono vicino a Savona. Di lì avremmo proseguito per Marsiglia, dove avevamo organizzato uno scambio casa, e qui trascorso una settimana scarsa di vacanza prima di tornare tutti a Milano.

Avevamo progettato di partire verso le nove, o poco dopo. Ma poi di notte c’è stato un temporale orribile. La Piccolissima si è svegliata per i tuoni ed è rotolata nel nostro lettone. Io me la sono svignata alla chetichella in un’altra stanza, Mike Delfino che in questi casi si lascia sempre fregare è rimasto con lei. Quando la mattina ho provato a rianimarlo ha biascicato: Aaaancccra dieeesci minuti. Ancora dieci minuti.

Dopo dieci minuti non ho avuto cuore di svegliarlo e gliene ho lasciati venti. Poi ci siamo alzati, preparati, abbiamo cincischiato un po’. Salutato i miei genitori. La Piccolissima ha preteso un bacio supplementare.

Sono successe le cose normali che spingono le famiglie a muoversi in ritardo, a qualcuno scappava la pipì, mi sono presa cinque minuti per chiacchierare con la tata che ci dà una mano con le pulizie di casa, quando Mike e la bambina erano pronti sono tornata indietro per bere un altro caffè. Alla fine eravamo in macchina alle dieci. Diceva il navigatore che saremmo arrivati a Savona attorno a mezzogiorno. Pioveva molto e il cielo sapeva di minaccia, guidava lui, io guardavo fuori e pensavo meno male, almeno fa fresco e poi anche sembra autunno, che atmosfera irreale.

Scesi dalla stradina che collega il borgo all’autostrada abbiamo scoperto che avevano chiuso un pezzo di statale. Una piccola frana, forse. Il fiume Magra che minaccia di esondare, ci vuole prudenza. Che sfortuna, ho pensato, arriveremo in ritardo. Avevamo appuntamento con il Pupo all’Autogrill di Savona, i nostri amici sono tipi puntuali, mi seccava farli aspettare.

C’era questa pioggia insistente, hai presente quando pensi: è proprio ora di cambiare i tergicristalli. Mike Delfino guidava né piano né veloce, abbiamo chiacchierato, la Piccolissima guardava assorta fuori dal finestrino.

Poco prima di Genova il navigatore diceva che la strada era sgombra. Procedevamo tranquilli, ho scritto per avvisare che avremmo tardato di qualche minuto. Poi, a qualche decina di metri da una curva, Google Maps è impazzito. All’improvviso ha segnalato un tratto di strada rosso: vuol dire traffico bloccato.

C’erano questi 50 metri rossi spuntati fuori dal nulla, poi un breve tratto arancione, poi di nuovo il blu. Il blu vuol dire libero dal traffico. Bene. Si sblocca. 

A riguardare adesso la cronologia dei messaggi che ho scambiato con il mio amico – Scusami, Google Maps segnala code improvvise, sembra che abbiano chiuso l’autostrada – mi vengono i brividi.

Di centimetro in centimetro siamo scivolati in avanti. Poi, arrivati al bivio – dove cominciava un ponte; dove cominciava il ponte – avevano bloccato la strada, c’erano delle auto di traverso, un tir e una macchina con roulotte. Strane, sembravano abbandonate. Come in un film post apocalittico. Non ci hanno permesso di girare, il traffico era stato deviato e non sapevamo perché. Sono arrivate ambulanze, auto mediche, pompieri, abbiamo sentito rumore di elicotteri. Continuava a piovere forte.

Dopo il bivio mancato abbiamo cominciato a girare in tondo, lungo una vertigine di sgraziati anelli e tangenziali e strade che non avevano senso, che non avremmo dovuto percorrere, che non capivamo. Il navigatore continuava a cambiare idea, ci siamo fermati da un benzinaio, Mike Delfino ha fatto pipì in un cespuglio. Come lui, sospetto molti altri. C’erano persone a piedi sotto la pioggia, avevano con sé delle valigie. Sembrava non gli importasse della pioggia.

A un certo punto mi ha chiamato il mio amico. Non era seccato per il ritardo, aveva la voce suadente che si usa con i pazzi o coi malati. «Paola, dove sei?». Si è fatto spiegare bene. Poi ha sospirato e mi ha detto: «È venuto giù il ponte».

Il resto è la storia orribile che conoscete più un pezzettino che vi aggiungo io. Al momento del crollo eravamo a pochi metri dal ponte, ci siamo arrivati prima noi delle ambulanze. Ci abbiamo messo due ore a lasciare la zona, ed era il tributo minimo che in quel frangente la natura potesse richiederci.

Quant’è poi ampio il delta tra noi salvati, e i sommersi? Di quanti «e se» sono composti i respiri regolari dei Pupi, che proprio ora dormono nell’altra stanza, mentre io scrivo? Ossigeno che scambia con anidride carbonica per tutta una vita, e a un certo punto all’improvviso non più. E se la Piccolissima non si fosse svegliata quella notte? E se avessi lasciato dormire mio marito non venti minuti, ma dieci come mi aveva chiesto? E se non avessi preso il caffè, chiacchierato con la tata? E se la strada statale, quella proprio sotto casa, non ci avesse costretto a una piccola deviazione?

Nel tentativo di razionalizzare, Mike Delfino mi ricorda che ogni nostro incontro col destino è il risultato della sommatoria delle nostre azioni precedenti, a ritroso. A più B più C più D. Oppure no. Quale sia l’esito di questa somma e quanto pesino A, o B, o C, non possiamo saperlo in anticipo. Spesso non lo capiamo nemmeno mentre succede; solo molto dopo. Il blu improvviso del navigatore non voleva dire strada sgombra, ma strada che non c’è più. 

Prima di scrivere queste righe ho aspettato che si posasse la polvere, che l’aria di Marsiglia, dove siamo finalmente arrivati, portasse salmastro e anche chiarezza. Invece si sente l’odore del mare ma i pensieri ancora si intrecciano. Li comincio, e non riesco a finirli.

 

 

11 commenti su “La curva prima

  1. Anche i miei pensieri si intrecciano, di avviluppano, si annodano stretti. Quella mattina da Celle Ligure, dove siamo in vacanza, dovevamo andare all’Acquario di Genova, poi ci siamo impigriti… piove forte dormiamo ancora un po’…. e se andassimo in treno? Va beh, dai, facciamo un’altra volta… Una volta che avrebbe potuto non esserci…

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      Cordiali saluti

  2. Aggiungo pensieri sconclusionati.

    Spesso penso con chi vorrei che crescesse mia figlia se io e mio marito dovessimo sparire dalla circolazione. Vorrei poterlo decidere.
    È meglio che una famiglia sia cancellata in toto, con un grande segno rosso come i paragrafi di un tema confuso, oppure che qualcuno rimanga, anche da solo.. ?
    Chi dovesse rimanere, sarebbe “grato” o preferirebbe essere andato? Un adulto, un genitore, la penserebbe diversamente da un bambino? Pensando per sè, o per il proprio figlio?
    Mio marito mi tira fuori ogni tanto la storia dello squalo del viaggio di nozze, che avrebbe visto a un paio di metri da me. Io non ci ho mai creduto, lui sbianca al solo pensiero. Secondo me al massimo era un tonno, o un bimbo con la mano dietro la schiena. Non mi si appiccica il pensiero della possibile sfiorata morsicata. Mi sto proteggendo da un pensiero che fa troppa paura?
    È dal test positivo della prima bimba che ho abbandonato la moto, troppo timore di lasciare il mio posto da mamma. Paura di lasciarli soli a piangermi. Immagino qualche frammento dei tuoi pensieri, una volta scoperta alla curva prima di COSA vi siete fermati.
    Il terrore vero rimbalza sulla corazza di protezione da persona non coinvolta, e va bene così, non sentire è stare meglio.
    Se sbircio dalla serratura delle barriere però, al di lá c’è tanto, tanto freddo.
    Un abbraccio stretto, caldo, a tutti voi.

    1. Ho pensato anche io spesso a quest’eventualità. Non ho una risposta definitiva. Quando leggo di bambini rimasti soli per aver perso i genitori (o ancora peggio viceversa) mi viene da dire ‘poverini, forse sarebbe stato meglio che…’ ma poi non finisco la frase

  3. Un disastro del genere mina molte certezze, umane come nel tuo caso ma anche tecniche. Un affare del genere non deve potersi rompere di botto. Devono esserci avvisaglie, e la capacità di coglierle in tempo, e fare qualcosa: chiuderlo, limitare il traffico, aggiustarlo, rifarlo. È un incredibile fallimento dell’ingegneria nel senso più ampio, non solo e non tanto nella mera progettazione e realizzazione, quanto di gestione dell’intero ciclo di sistemi complessi basata sulla conoscenza tecnico-scientifica, con ripercussioni incalcolabili sulla fiducia che potremo riporre d’ora in poi in tutti i sistemi del genere, dai ponti alle dighe agli edifici ecc. Rimango ottimista, non potrei essere altro, ma il bisogno da una parte di capire come e perché, e dall’altra di convincermi che non accadrà più, è forte.

  4. Gli “e se” vanno a caso, sempre. Solo che quando ci cascano vicini sembrano morse, trappole per i topi che ci ricordiamo, improvvisamente, di essere. Immagino (e nemmeno troppo lucidamente) come vi siete sentiti, e questo senso di sospensione che ti rimarrà per un bel pezzo. Un abbraccio.

  5. Mi sono letta e riletta questo tuo post più volte e in giorni diversi. Niente, ancora non riesco a metabolizzare. Io ho saputo quello che era successo quando sono rientrata a casa per la pausa pranzo e ho acceso la televisione sul notiziario e immediatamente mi si è gelato il sangue: mia sorella era in vacanza verso la Francia con il camper, l’avevo sentita la sera prima, mi aveva detto dove si era fermata a fare tappa per la notte, ma non riuscivo a ricordare se il paese che mi aveva nominato era a est o a ovest di Genova. Ho premuto sul cellulare il tasto della chiamata rapida e probabilmente lei che si aspettava la chiamata mi ha risposto subito e il sollievo che ho provato nel sentire la sua voce, ha fatto morire la mia in gola. Per farla breve, lei, il suo compagno e il cane erano passati il giorno prima. Anche per lei una combinazione fortunata.

  6. Immagino che sentirsi dei sopravvissuti porti con se sentimenti, emozioni contrastanti; e il senso di precarietà domina su tutto.
    Tanta pena e rabbia per le povere vittime.

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