Il mio cuore è nervoso

 

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2019 partito a cannone con una sfilza di buoni propositi tra cui a) diffondere benevolenza e ragionevolezza; porsi nell’atteggiamento dello studente di piazza Tienanmen che nel 1989 si parò davanti ai carri armati come a dire, fermate la vostra forza distruttrice o in alternativa schiacciatemi pure, io non combatto e b) dedicare tempo e attenzione a buoni amici con cui condividere ore liete. Uno di loro era a casa nostra ieri sera, gli abbiamo raccontato dei progressi dialettici dei nostri figli. In particolare la Piccolissima, che ha appena compiuto cinque anni, negli ultimi mesi aumenta le proprie capacità in modo esponenziale, un po’ come fanno i numeri elevati a potenza o le zucche negli orti durante la notte. L’altra sera mentre la stavo mettendo a letto le ho chiesto: «Come mai fai tanti capricci per addormentarti?» e lei mi ha risposto: «È il mio corpo a fare i capricci». «Perché, tu no?» le ho chiesto divertita. «No. Nel mio corpo non ci sono tracce di me».

Ieri, invece, sempre prima di dormire: «Ehi, datti una calmata. Se ti agiti così non riesco neanche a leggerti la storia». «Mamma, è il mio cuore». «In che senso è il tuo cuore?». «Il mio cuore è nervoso. Io gli dico di stare tranquillo ma lui non mi ascolta. Fa come se non ci fossi e batte, batte, batte come un pazzo».

La nostra terzogenita è dunque perfettamente in grado di raggiungere vette poetiche notevolissime ma sa anche sbracare senza ritegno per futili motivi. Per esempio: poco dopo Capodanno eravamo in vacanza nel caratteristico borgo ligure in cui i miei figli trascorrono le estati coi nonni; lo stesso borgo dove il cane Laccio mi ha rotto un braccio – se volete continuare con le rime, un paesino che non è malaccio. Comunque. Stavamo spostandoci in auto in direzione di Portovenere quando la Piccolissima, sin lì impegnata a discutere di qualcosa con il Pupo, ha cominciato a piangere a dirotto. Io e Mike Delfino stavamo chiacchierando tra noi e non capivamo da dove venisse tanta disperazione. «È mio fratelloooooh! È mio fratelloooooh!» diceva lei tra un singhiozzo e l’altro; avete presente quando piangete tanto da non riuscire nemmeno a parlare?

Abbiamo cercato di calmarla, parallelamente sgridando il Pupo (in modo preventivo. Lui si professa sempre innocente ma l’esperienza ci ha insegnato che è meglio non credergli e ritenerlo colpevole fino a prova contraria). Ci sono voluti un paio di minuti d’orologio perché ritrovasse il fiato e tornasse in grado di spiegarsi. «Allora, si può sapere che cosa ti ha detto stavolta?». «Gerardoooooh!». «Come?» «Mi dice che sono un Gerardo! Io non sono un Gerardooooh!». Ci abbiamo messo qualche istante a realizzare. Gerardo è un mobiliere locale, piuttosto noto in zona, e ha disseminato la statale di cartelli pubblicitari con il suo nome. In un certo tratto ce n’è uno ogni cinquanta metri o poco più. Il Pupo guardava fuori dal finestrino assorto – era primo pomeriggio, c’era una bella luce obliqua, la valle che attraversavamo sembrava piena di promesse – e, semplicemente, leggeva quel che vedeva: Gerardo. Gerardo. Gerardo. Gerardo. Gerardo.

Ieri sera il nostro amico ci ha ascoltato con attenzione, a tratti ha riso molto e poi ha commentato: «Forse dovreste fargli usare un po’ di più lo smartphone o il tablet, che ne so io». «In che senso?». «Beh, per spegnergli un po’ il cervello». L’ho guardato e gli ho detto: «Gerardo».

Un commento su “Il mio cuore è nervoso

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