Il giorno che ho visto il diavolo negli occhi di mio figlio

Voi lo sapete che non faccio/non mi faccio pubblicità, ma
Martedì scorso sono stata a Castiglione delle Stiviere, nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario che ospita le madri che hanno ucciso i loro figli. Ho parlato con il direttore, con gli psichiatri che le seguono e anche con alcune di loro. Un’esperienza molto forte ma non voglio dirvi di più: vi metto invece il link al sito di Gioia, se volete leggerlo – non vi nascondo che mi farebbe ancora più piacere che compraste il giornale, perché francamente su carta, con le foto, fa un altro effetto (per la cronaca: costa un euro). I vostri commenti come al solito mi faranno molto piacere. Tenete conto che il sito non lo tengo tanto d’occhio per cui, magari, se avete qualcosa da dire postatelo anche qua.

46 commenti su “Il giorno che ho visto il diavolo negli occhi di mio figlio

  1. Posso solo dirti ciò che mi ha suscitato l’articolo: paura… Paura di poter improvvisamente impazzire e far del male ai miei bimbi. Li amo. So che non lo farei mai… Ma anche quelle mamme amavano i loro bimbi. Mi fa paura il meccanismo che può scattare. Non mi sento di giudicarle. Tu cos’hai provato?

  2. Mica facile questa volta scrivere qualcosa. Perché vuol dire comunque toccare il proprio cuore e mostrarlo agli altri.
    Posso dirti che il mio cucciolo lo adoro. Oggi ha 5 mesi e mezzo e quando piange una parte di me piange con lui. Perché so che, se anche il motivo delle sue lacrime è banale, lui non lo comprende. Per lui è un momento di difficoltà e basta. Anche se si tratta di patello sporco.
    Ma per il primo mese l’ho davvero guardato con sospetto. Lo vedevo come uno sconosciuto animalino che mi succhiava latte ed energie.
    Poi mia suocera mi ha chiesto: “ma riesci a vedere la bellezza di questo momento che non tornerà mai più o la fatica ti sta togliendo tutto?”
    Ho capito che la fatica mi stava togliendo tutto e ho chiesto aiuto a lei, a mia mamma, a qualche amica finché le cose non si sono pian piano sistemate.
    Ho cercato confronto e conforto con altre mamme, ho scavato nella rete, ho fatto blogterapia aprendo un mio blog e scrivendo in chiave ironica le nostre piccola (dis)avventure.
    E poi pian piano mi sono innamorata di quell’animalino. E oggi lo guardo e no riesco a smettere di sorridere con ogni cellula del mio corpo.

  3. Complimenti per l’articolo, e’ molto importante parlare di queste cose. Farlo cercando di sospendere il giudizio lo e’ ancora di più. Io ho sempre pensato che senza una base forte, in esperienza e sostegno ricevuto, avrei potuto essere una di quelle madri. Mio figlio talvolta mi e’ sembrato un peso insostenibile e solo ammettendolo e lavorandoci sopra ho potuto andare avanti. E’ bello che chi lavora con queste donne non le consideri mostri ma persone da aiutare, l’aiuto che non hanno ricevuto in tempo per salvarsi.

  4. ho letto l’articolo, non ho resistito ad uscire per andare in edicola :)
    e si so quello che si può provare, l’essere lontane da casa, da tutti i familiari, l’ho provato i primi mesi dell’arrivo del mio primogenito e l’ho provato quando è arrivata la seconda, poverino chi ne ha subito le conseguenze è sempre stato lui, lo vedevo come un piccolo scocciatore, meno male avevo mio marito che mi sosteneva e come dice lui: la mia forza (altrimenti credo non ce l’avrei fatta!) è dura davvero, capisco queste povere donne, a volte può essere davvero difficile chiedere aiuto e talmente facile trovarsi in una situazione del genere senza sostegno di amiche e familiari. E riuscire a farcela a volte può essere davvero questione di vita o di morte, riuscire a capire che quello che hai davanti è tuo figlio e non uno scocciatore, o un piccolo diavolo e pensare che sia solo questione del momento e tutto dopo un pò passerà è davvero difficile.

  5. Ecco, di queste cose bisogna parlare! E il tuo articolo lo fa con grande dolcezza e umanità, grazie.
    Io l’ho pensato spesso, sul serio, che se quello che stavo attraversando io fosse caduto su una mente più labile, su un terreno affettivo meno ricco (mio marito l’avrei strozzato, ma non se lo meritava… e amiche e familiari, benché lontani, erano presenti) o in un contesto meno gradevole (in fondo Londra ti fa sentire sola, ma è pur sempre una gran bella città)…ecco, davvero, io potevo comprendere si potessero avere reazioni estreme. lo capivo, non dico che me le sentissi dentro anch’io, sarebbe troppo, ma da lontano le vedevo.

    1. Rispondo per prima cosa alla domanda “Tu cos’hai provato?”. Beh, tristezza e compassione anzitutto. Quando queste donne mi raccontavano le loro storie non riuscivo a fare a meno di pensare che, poverette, non avrebbero mai potuto tornare indietro; che in fondo erano bastati pochi istanti per cambiare irrimediabilmente il corso delle cose. Poi sono tornata a casa e mi sono mangiata i Pupi di baci, ma la stretta allo stomaco mi è rimasta per giorni, e comunque da allora continuo a pensarci. Capisco anche Why quando dice, a proposito della possibilità di “reazioni estreme”: “Lo capivo, non dico me le sentissi dentro anch’io, sarebbe troppo, ma da lontano le vedevo”. Secondo me in quel “da lontano” c’è tutto. Ricordo una volta che il Pupo era appena nato e tutti in famiglia avevamo preso l’influenza, lo allattavo ogni due ore con la febbre a 40, dovevo occuparmi della Pupa e Mike Delfino, malato pure lui, non era d’aiuto. Ricordo di aver chiamato mia mamma in lacrime e di averle urlato al telefono: “Non ce la faccio, non ce la faccio!”. Lei mi ha rassicurato, due giorni dopo stavamo tutti meglio, eccetera eccetera. Non ho mai pensato di fare del male ai miei figli ma ricordo l’inizio di quel percorso di disperazione, e spesso in seguito ho pensato: se non avessi avuto nessuno – non solo in quell’occasione – che mi aiutava, anche “semplicemente” con una frase di conforto, come me la sarei cavata in questi anni?

  6. La mia bimba ha 8 mesi. Per i primi 2 ho sofferto di depressione. Dormiva pochissimo, mangiava anche ogni ora e mezza, non riuscivo ad uscire nè a fare nulla. Eri stravolta. Durante alcune notti, mentre lei piangeva inconsolabile, ho capito cosa puó scattare nella mente di quelle madri che ammazzano i propri figli. Lo racconto senza problemi alle amiche, perchè credo che di queste cose si debba parlarne, ma poi me ne pento perchè loro, che non hanno figli, si permettono di giudicarmi, di guardarmi male, di farmi passare per pazza. Non lo sanno la stanchezza che si prova, la solitudine, il non riuscire a dormire per mesi… Eppure giudicano. Non è sempre tutto bello, facile. I figli non sono sempre perfetti. Ecco, forse se ci fosse meno ipocrisia tra noi donne, una madre chiederebbe aiuto più facilmente e certi delitti atroci si riuscirebbero ad evitare.

  7. Paola, non volermene ti prego, ma io non ce la faccio proprio a non giudicare, non riesco a provare pena per queste donne… sarò superficiale ma è più forte di me……. il pensiero per ciò che hanno fatto mi stringe lo stomaco e non riesco a perdonare.

    1. non è questione di perdonare,ma provare a mettersi nei loro panni : sentirsi stanche, tristi, magari influenzate,magari single,magari sole,magari…………… con il piccolo che piange piange piange : prova cara Barby70 a calarti in questo scenario con il cuore, la mente e i sensi .Certamente non a tutti scatta la molla ma sono momenti duri. Anche a me stringe lo stomaco pensando a questi delitti ma anche pensando a queste donne

  8. Penso che potrebbe succedere ad ogni mamma, se stanca e non aiutata. Io non sono famosa per la mia pazienza ma i miei bambini me ne hanno insegnata tanta, eppure nelle giornate pesanti, quelle dopo le notti insonni e di fatica, a volte arrivo a perderla in un niente per un capriccio in più o una lagna di troppo. Mi è capitato di gridare di non farcela più, mi sono letteralmente saltati i nervi, ma sempre quando c’era presente qualcuno (mio marito, mia mamma, i suoceri etc) che in qualche modo potesse raccogliere lo sfogo, forse per inconsapevole difesa ed autodifesa. La stanchezza e lo stress protratto giocano brutti scherzi e davvero, in quei momenti, mi sono sentita come una pentola a pressione, e pur rifuitando la sola idea di poter fare male ai miei bambini ho realizzato quanto poco ci possa volere. Non è una gesto razionale, tanto che alcune donne, pur avendo una parte di consapevolezza, hanno ricordi annebbiati.
    Nessuna donna potrebbe uccidere suo figlio a mente fredda e lucida, chi è mamma rifiuta istintivamente una cosa del genere.
    Mi fa impressione pensare al dopo, a come queste donne possano stare ogni giorno, al fatto che non vivano un giorno senza che -sicuramente- pensino al figlio.
    E mi fa rabbia che possa chiudere una struttura come quella che le accoglie. Intanto, anzichè prendere in carico le mamme “dopo”, il servizio sanitario potrebbe cominciare ad essere tale anche come “banale” appoggio alla maternità, specie quando è un po’ difficile; io sono sicura che queste mamme farebbero qualsiasi cosa per tornare indietro e che avrebbero potuto agire diversamente in quel momento di raptus se non fossero state sole.

  9. Ho anch’io una confessione da fare: capisco quello che puó essere successo a queste donne. Specialmente adesso, col secondogenito che ora ha due mesi e mezzo, piú il quasi quattrenne che non puó stare all’asilo piú di 15 ore alla settimana dal momento che sono in congedo parentale.
    Con la stanchezza, la depressione postpartum, le coliche, le malattie, quei pianti lunghi inconsolabili, le notti dormite malissimo, l’inverno scuro che non vuole farti uscire, tutte le attivitá che avevi ed erano terapeutiche interrotte dai figli che vogliono qualcosa ogni minuto del tuo giorno, dalla tua testa e dal tuo corpo.
    Ho sentito crescere nella mia testa le immagini di una me stessa che scuote a morte il piccolino per non sentirlo piú piangere, ho pregato il mio uomo di starmi vicina, di sorvegliarmi, ho riempito di baci il neonato ogni volta che mi sentivo l’aggressivitá crescere per mandarla via, ho urlato con la testa dentro un cuscino per smorzare la stanchezza.
    Ma quando abbiamo dovuto ricoverare il piccolissimo in ospedale per un brutto raffreddore, allora ho capito quanto gli volevo bene. Poi ha cominciato ad imparare a sorridere, e pian pianino la nebbia si sta sciogliendo.
    Peró sí, quelle mamme riesco a capirle, e il tuo articolo mi ha fatto piangere.
    grazie per aver scoperchiato questo argomento tabú.

  10. Orrore….riesco a veder solo orrore..immagino proprio quei momenti…vedo le mamme con il coltello sangunante…vedo quella mamma che chiude il piccolo in lavatrice…quella che gli tiene la testa sotto l’acqua…quella che lo soffoca col cuscino o che lo scuote tanto che gli rompe il collo….Ecco io le vedo in questi momenti e non biasimo affatto quel padre che non vuole che la moglie tocchi la neonata sopravvissuta al massacro del fratellino. Come potrebbe fidarsi ancora di lasciarla sola con la piccola? Tu Paola pensa a quando queste cose le fanno i padri(e ce ne sono!)…come poter perdonare? Capisco che possano “guarire” ma io non le lascerei sole con miei figli…Non sono egoista, nè cinica. Sono una mamma di due bimbi che hanno solo 23 mesi di differenza ed è stata dura…molto dura…Entrambi nati con cesareo d’urgenza di quasi 33 settimane e ricoverati in clinica per un mese. Quando è nato il secondo quindi dovevo fare avanti e indietro dalla clinica e avevo anche la piccolina da seguire e facevo il tiralatte per ore al giorno per nutrire il cucciolino che stava male….Ma anche con i problemi che ci sono stati mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di fargli del male…piuttosto a mio marito! ma non a loro! mai nella vita!

    1. @biancaneve, ringraziando il cielo la stragrande maggioranza delle donne hanno una struttura emotiva/psicologica E una rete di sostegno per cui questo tragico percorso nemmeno comincia. secondo me il punto è che noi che “stiamo bene” molte volte diamo per scontato che certe cose non possano accadere. anche a me non è mai venuto in mente di far del male ai miei figli: mi considero molto fortunata per questo, non “migliore” di altre.

    2. @Paola, non vorrei esser stata fraintesa…io non mi reputo migliore…:-))) assolutamente no :-)))..è solo che forse non riesco davvero a vedere con mente logica…Mi viene da immaginare cosa può pensare un bimbo innocente mentre la sua mamma cerca di accoltellarlo…La persona di cui si fida di più al mondo….E’ un pensiero di una tristezza tale che nella mia testa sovrasta il pensiero che la mamma è malata e non è colpa sua…..e io non ce la faccio….perdonami, non sono fredda e cinica!

    3. Io ho un bimbo di sette mesi che ancora non dorme la notte e sono stata per lunghi periodi senza aiuti con i miei lontani (per intenderci abbiamo passato quasi due mesi in messico).
      Io ero stanca e avevo telmente tanta rabbia repressa che ho picchiato più volte il mio fidanzato.
      Una volta gli ho strappato i capelli, un’altra l’ho preso a calci e a morsi. Ho fatto scene da ricovero psichiatrico. Mai del male al mio bambino, ma perdevo il controllo sempre più spesso e avevo paura. Poi ho preso un aereo e sono tornata a casa dai miei e sono stata meglio. La stanchezza accumulata si era trasformata in follia e per fortuna si scaricava sul mio compagno. La mente gioca brutti scherzi.

  11. Una delle mie sorelle 4 anni fa dopo la nascita della primogenita ha avuto un periodo terribile. Non sto a raccontare i penosi dettagli. Liti con il compagno, scene da mia madre…carabinieri, pronto intervento…tralasciamo.
    Scrivo invece per dire che NESSUNA struttura alla quale mi sono rivolta mi ha aiutato ad aiutarla.
    C.
    Ad un certo punto era così disperata che voleva firmare dei documenti e affidare mia nipote ad un’altra mia sorella. Secondo me aveva paura di poterle fare del male, anche se è sempre stata una madre attenta e amorevole.
    Un giorno durante una delle sue crisi ha dato un calcio alla lavastoviglie e si è slogata un piede. Così mi ha chiamato e sono andata a prendere lei e mia nipote di 6 mesi e via al pronto soccorso. Lì sono riuscita di nascosto
    a parlare con l’infermiere dell’accettazione e spiegare che era il caso che la vedesse uno psicologo o uno psichiatra (oltre all’ortopedico) e che non me ne sarei andata se ciò non si fosse verificato.
    Dopo le solite 6 ore, l’hanno dimessa. Me l’hanno riportata in sala d’aspetto con una doccia al piede. Sono tornrata alla carica: ho chiesto con forza di sapere se aveva parlato con qualcuno e che non me la sarei
    portata via prima di essere certa che l’avessero fatto.
    Dopo un po’ di trambusto, e solo dopo avere chiesto a mia sorella il permesso di riferire a me della visita ho parlato con lo psichiatra. Il quale mi ha serenamente detto che l’ansiosa ero io e dato l’indirizzo di una
    sorta di consultorio psicologico dove mia sorella andò forse 2 volte ma che non mi pareva proprio all’altezza.
    Ma ti dirò di più. Frequentava un consultorio da diversi mesi per fare un corso di massaggio alla piccola ma anche altre attività. Loro non si erano accorte di nulla!! lei girava con gli occhi vuoti… spenti e quando – sempre con un pretesto e di nascosto di lei – ho avvicinato di nascosto psicologa/assistente sociale e compagnia bella e con le lacrime agli occhi (giuro) ho detto loro “mia sorella ha bisogno di aiuto, vi prego ditemi come fare” non sono riuscite
    a fare nulla. Sono prima cadute dal mondo delle nuvole…. e poi mi hanno gentilmente suggerito di andare dai carabinieri se ritenevo che fosse pericolosa.

    Il nulla. Intorno il nulla.

    Un giorno eravamo così disperati che volevamo chiedere un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) ma sarebbe rimasta “marchiata” a vita. E abbiamo desistito. Ma per mesi non abbiamo dormito la notte con il terrore che suonasse il telefono e fosse lei in lacrime a chiamare o, peggio, il suo compagno.
    E’ scandaloso che non esistano strutture per questi problemi. Si parla tanto di tutela della maternità, di sostegno alle famiglie, dello spettro della depressione post partum ma non si fa nulla.
    Mi sono venuti i brividi a leggere dell’articolo sul sito di Gioia.
    Io ci credo che molti drammi potrebbero
    essere evitati.
    Mia sorella, piano piano ne è venuta fuori. Ha avuto un altro bambino. Adesso cerca un lavoro part time, che non trova. E ne ha bisogno, più per lei stessa che per motivi economici. Anche qui… il nulla. E si adatterebbe a tutto.
    Io non so pensare a cosa sarebbe successo se lei non avesse avuto una famiglia alle spalle che ha fatto di tutto per aiutarla anche senza sostegno da parte di alcuna struttura.

  12. Cara Paola,
    grazie di essere stata lì, di aver scritto così bene quel che hai sentito e di averlo segnalato qui.
    Organizzo e coordino un corso di italiano per mamme immigrate, con baby sitter e orari compatibili con la gestione domestica.
    Lotto, da anni con la carenza di fondi, con la frustrazione perchè l’utilità di queste iniziative non viene capita fino in fondo.
    Queste donne sono eroi del nostro tempo, sole al mondo, senza soldi o prospettive, crescono i figli con totale dedizione.
    Mi domando continuamente a chi chiederebbero aiuto in un momento di cedimento, se io o le docenti o le compagne di corso si accorgerebbero di una crisi… Si fa quel che si può, se non altro le “mie” donne hanno un motivo per vestirsi al mattino, se un mattino non lo fanno qualcuno si accorge…
    In due anni alcune hanno avuto il secondo figlio, alcune hanno trovato lavoro, ma nessuna, nessuno ha abbandonato il corso.
    Possiamo fare di più, grazie per avermi dato nuove motivazioni, altri argomenti.

    Lu

  13. Stavolta è davvero dura. Leggendo il tuo articolo e guardando le foto (che sono davvero intense e struggenti), mi sono rimaste impresse tre frasi:
    – Può succedere a tutte. Anche a lei, anche a me. – Non ho pensato a quello che sarebbe successo dopo. Ho agito d’impulso. – Nel 70 per cento dei casi il marito le abbandona.
    Frasi talmente forti che non ci ho dormito la notte. Ho provato tanta compassione per quelle donne, e per i loro piccoli, ho avuto paura di come il cervello umano possa diventare un labirinto dal quale non poter più uscire, ed ho provato una forte rabbia verso quei mariti che nel 70 per cento dei casi non ritornano, ma che forse non c’erano neanche prima.

  14. Che botta Paola. Non so se ce l’avrei fatta, io, ad incontrarle quelle sventurate. Brava, l’articolo è bellissimo, forte ma rispettoso del dolore di queste donne. Sconvolgente.
    Io dopo il primo figlio sono rimasta sconvolta, scombussolata. Odiavo tutti, in primis la mia vita che era cambiata in modo così brusco e in parte quel bambino che non dormiva mai. Mai. E che piangeva sempre. Spesso ho pensato “non ce la farò mai, non sopravvivo a questa situazione”. E se c’è l’ho fatta è proprio per la rete di persone che ho intorno. E se non l’avessi avuta?

  15. Grazie Paola per l’articolo. Riesce a trasmettere tutto il dolore di queste madri senza giudicare, con una grande delicatezza. A me e’ servito molto leggerlo. Di periodi difficili ne ho passati diversi da qualdo è nato il mio cucciolo, e come tante altri madri mi sono sentita sola, incapace di andare avanti, circondata solo da madri perfette e figli perfetti… mentre io mi sento spesso inadeguata, incapace di far fronte a questo ruolo cosi’ difficile di mamma. Le persone accanto a me, soprattutto mio marito, mi hanno aiutata moltissimo. E anch’io mi chiedo: come avrei fatto senza di lui in certi momenti?
    Il tuo articolo deve far riflettere. Oggi la situazione “sole (con la famiglia lontana)+ problemi lavorativi (propri o del marito”)” è piu’ che mai comune. Le mamme si incontrano, è vero, ma a volte ci si limita a parlare di cose superficiali, a non voler dimostrare le propie debolezze per far vedere di essere all’altezza (io confesso di averlo fatto). Invece confidarsi e chiedere aiuto, anche e soprattutto a persone qualificate, e’ l’unica soluzione.
    Grazie ancora e complimenti!

    1. Paola, ci ho messo tre giorni per trovare il coraggio di leggere il tuo articolo.
      Ti stimo molto per questo lavoro.
      Cos’ho provato? Dolore, pena, compassione. E rabbia perchè se attorno a queste donne ci fosse stata una rete sociale, non sarebbero cadute in quell’abisso.
      Prego per loro. E per me, che non mi accada mai.

  16. Cara Paola, è davvero difficile scrivere dopo aver letto… perché è vero quello che ti hanno detto in quel posto, può succedere davvero a chiunque e in qualsiasi momento…
    Mi sembra impossibile anche solo l’idea di poter fare male ai miei bambini, eppure il nodo alla gola al solo pensiero di impazzire per un attimo non va via…
    E ancora credo che la chiave di tutto sia principalmente in mano a noi donne, che ancora non sappiamo abbatterli i tabù che ci fanno stare male e che quasi sempre ci vengono “sputati” addosso da altre donne, alle volte anch’esse madri e invece di capire giudicano…
    Con il mio primogenito mi sono trovata da sola sempre tutti i giorni, mio marito lavorava, i miei suoceri pure, la mia famiglia è lontana e ho avuto bisogno di leggere nel tuo libro, che pure ha un tono divertente, che era normale non sentirsi sempre al settimo cielo per capire che non ero io che avevo qualcosa di sbagliato…
    Spesso si dovrebbe chiedere aiuto ma non si fa, perché c’è sempre qualcuno che ti dice che i figli li hanno avuti tutti e non ci si deve lamentare… e tu rimani con un grido soffocato in gola e, se sei fortunata come hai detto tu, qualcuno ti prende al volo, se non lo sei può succedere di tutto…
    Un bacio grande, Marina

  17. Tra le parole che mi hanno colpito di più: “<Non nascondiamoci l’ambivalenza di amore e odio che sempre accompagna la maternità», ricorda Calogero. Ogni bambino, in fondo, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del corpo, del tempo, dello spazio, del sonno, del lavoro, delle relazioni, di un amore diverso da quello per lui.”
    Ecco, questo è tutto ciò che poche donne hanno il coraggio di ammettere e io non posso fare altro che ringraziarti, cara Paola, per continuare questo “progetto”, questo raccontare la maternità anche sotto altri aspetti, diversi da quelli idilliaci ai quali viene associata per tradizione e tabù. Amo mia figlia con tutto il cuore, ma non è stato un amore a prima vista, io non ho avuto la fortuna di avere un istinto materno innato, io mi vergognavo al pensiero di ammettere che nell’allattamento trovavo solo una gran fatica fisica e psicologica mentre tutti attorno a me sostenevano che non potessi fare diversamente perché “quella era la cosa migliore per mia figlia” ed infatti è durato solo qualche mese a fatica per andarsene da solo…esistono le mamme “innate” ma altrettante devono imparare ad amare i loro piccoli, che all’inizio sono come “sconosciuti” venuti a stravolgerti la vita, le nostre certezze, il nostro equilibrio.
    Grazie, grazie, grazie…perché è così facile sentirsi sbagliate, il senso di colpa scatta per nulla a volte, magari solo perché si alza la voce…e più si ha paura di sbagliare e peggio è…ho avuto purtroppo paura anch’io di me stessa e mai giudicherei queste donne che pagheranno per sempre il loro gesto, commesso senza lucidità. La depressione è UNA MALATTIA, tra le peggiori malattie e quindi come possiamo giudicare persone che hanno avuto la sfortuna di ammalarsi? Anzi, da tante malattie si guarisce e si ricomincia a vivere…quello che mi spezza il cuore è che per queste donne non ci sarà seconda possibilità…si rialzeranno un giorno, ma il fardello da portare sarà sempre troppo grande. E’ la prima volta che commento ma ti leggo con affetto da qualche mese. Mi permetto di mandarti un abbraccio. Le tue parole sono sempre un sostegno piacevole in ogni ambito. Ciao. Davina (MN)

  18. Sono 3 giorni che cerco di leggere questo articolo, ma ammetto di non avercela fatta a leggerlo fino in fondo: mi fa troppa paura questo argomento, è così difficile accettare che possa accadere, è troppo dura pensare che potrebbe accadere anche a me.
    Ho sofferto d’ansia, di attacchi di panico, e mi chiedo se questo mi possa in qualche modo predisporre ad un certo tipo di comportamento; e questa domanda è un macigno.
    Grazie Paola per aver avuto la forza di scriverlo.

    1. @milk, la cosa che più in assoluto ti predispone è la solitudine pressoché totale, e l’altrettanto totale – o quasi – mancanza di aiuto. questo per quel che riguarda le storie con cui io sono venuta in contatto io. se ti va scrivimi in privato.
      per il resto: grazie a tutte/i per vostri commenti, intelligenti, sensibili. dio sa quanti luoghi comuni e stereotipi abbiamo sentito sull’argomento…

  19. cara paola, comunque vorrei dirti che la lettura del tuo libro, nelle settimane dopo il parto “non basta, ma aiuta” come diceva una pubblicità.

    Garantisce risate liberatorie! :-*

    L’ho prestato poi a tutte le mie amiche che hanno partorito e che lo hanno apprezzato molto.

    Ciao, Daniela

    1. io lo regalo perchè..la mia copia non la mollo!!

      “un libro si offende così tanto quando lo presti, che è per questo che poi non torna indietro”

    2. ahahah grazie ragazze! siete fantastiche. ha ragione micol! bisogna regalarlo, non prestarlo! non solo il mio libro, anche gli altri che abbiamo amato… :-)

  20. Cara Paola, grazie per questo articolo. Sobrio, pulito e terribilmente commovente ed emozionante. Ha fatto risuonare corde che conosco bene.
    Ho avuto il Benji a 34 anni. L’ho cercato per tre anni e giusto un mese prima del primo tentativo di fecondazione assistita sono rimasta incinta naturalmente. Un miracolo a detta della dottoressa che ci seguiva.
    Il Benji non ha mai dormito. Fino ai 2 anni e mezzo si è svegliato 4 volte ogni santissima notte. Al compimento dei suoi 9 mesi io sono dovuta tornare al lavoro. Un lavoro in un teatro dove il mio contratto prevedeva 42 ore su 6 giorni. Mi dicono che non serve più che io lavori al sabato quindi o perdo i turni (500 euro al mese) o devo fare le 42 ore su 5 giorni. Faccio le 42 ore su 5 giorni (8 ore e mezza più un ora di pausa al giorno fa 9 ore e mezza a cui va aggiunta un’ora e mezza per gli spostamenti) perché penso di non potercela fare senza quei soldi. Con questo orario anche con la riduzione d’orario per l’allattamento non riesco più ad allattare mio figlio. Il mio compagno non comprende la mia tristezza di non poter stare con mio figlio, non comprende la sofferenza di essere trattata così al lavoro, non comprende la mia stanchezza. Ti svegli 4 volte a notte e il giorno dopo lavori tutto il giorno e con la testa devi esserci, arrivi a casa e quella santa donna di tua suocera che si occupa di tuo figlio, corre giustamente a casa sua appena varchi la soglia e tu non hai nemmeno il tempo di fare pipì. Ti senti completamente infelice e piangi in continuazione. Pensi che dovresti invece essere felice. Hai avuto il tuo miracolo, di cosa ti lamenti? Guardi le tue amiche e le invidi. Sembrano così perfette. Certo loro non devono lavorare, con loro mariti che guadagnano un sacco di soldi. Hanno pure domestica e baby sitter. Tutte. E tu invece? Tu non hai nulla. E tutto ti sembra ingiusto e la rabbia sale, il rancore e il risentimento verso il tuo compagno che non ti aiuta abbastanza, non guadagna abbastanza, e non comprende nemmeno in piccola parte la tua sofferenza. Rabbia verso questo sistema che non permette a una mamma di stare con suo figlio, di crescerlo almeno per un po’. Solo chi è ricco può fare figli e crescerli e goderseli perché per le “rotture di scatole” c’è la baby sitter e ha anche lo spazio e il tempo per rigenerarsi. Rabbia e tanta, tantissima stanchezza e voglia di fuggire. E tutto diventa brutto, cupo, irrisolvibile. Non ho mai provato l’impulso di fare del male a mio figlio. Ma come ho già scritto in un altro commento, ho provato davvero il desiderio di farla finita. E’ stato un momento, solo un momento di disperazione ma c’è stato. Ed era vero e potente. Non ce la fai più e vuoi solo che tutto quel che senti finisca.
    La mia collega amica, compagna di banco, mi ha visto piangere così tante volte e mia vista addormentarmi distrutta sul pc così spesso, lei si che comprendeva la mia sofferenza. lei mi è stata vicina aiutandomi in ogni modo. Dopo questa esperienza dice che non è più così sicura di volere un figlio eehehhehe io però la ringrazio tanto.Jane

    1. wow jane. grazie per la tua testimonianza. cosa posso dirti? sono contenta che quel momentaccio, in un modo o nell’altro, sia passato. e penso che mi piacerebbe conoscere il benji; ha l’aria di essere un bambino simpatico e forte, come la sua mamma.

  21. jane la tosta, brava! e brava la tua collega amica, avercene! ma ti prego spiegale che i figli sono TUTTO e che mai mai ce ne pentiremo, nonostante alcuni momentacci, x usare un eufemismo… ma poi si esce dal tunnel ed è una gioia infinita, solo amore.
    un abbraccio a tutte, paola

  22. A me fa molto riflettere il fatto che su circa 25 mamme che hanno commentato questo post, quasi tutte (e mi metto anch’io fra queste) confermano di aver vissuto delle difficoltà così profonde e così impreviste da arrivare a comprendere, almeno in parte, gesti così estremi di altre mamme meno fortunate. Se noi siamo una fetta rappresentativa, seppur piccola, delle mamme italiane, vuol dire che il problema esiste, non riguarda solo poche mosche bianche, ma incide per una percentuale altissima.
    Insomma, su 5 mamme che incontri, 3 forse nascondono qualcosa dietro al sorriso…
    Ciao, vera

  23. @Paola – Potremmo in effetti, noi mamme di milano e dintorni, incontrarci una volta al parco :-)
    @papamamma – avercene sì di collghe come la mia. Una super trentenne senza figli che mi ha capita e sostenuta molto più di tante donne/cape con figli cresciuti dalle tate. Per carità ognuno fa come crede è il non poter scegliere che mi manda in bestia :-)
    @Vera – in effetti se non avessi avuto mia suocera così speciale e le mie colleghe amiche che mi hanno aiutato, poteva andare molto peggio per me. E’ come raccontano nell’articolo, una serie di ingredienti che se ci sono tutti possono portare anche a conseguenze tanto terribili e impensabili.
    E poi, come canta Jovanotti, “sarei anch’io un assassino se non frenassi l’impulso”.
    jane

  24. Da qualche giorno medito su quello che ho letto nel tuo articolo e tanti pensieri si innescano.
    La maternità è ANCHE una fatica immane, non sempre gradita, non sempre sopportabile, anche per chi ha desiderato i suoi figli.
    Come recita un detto il difficile non è essere mamma, ma FARE la mamma.
    La maternità e la gravidanza e il parto sono ANCHE altro rispetto all’immagine idilliaca che ne abbiamo. Sono dolore, sensazione di non essere più padrone del nostro corpo, invasione pura e semplice.
    Ho vissuto la mia terza gravidanza in modo molto pesante per tanti motivi e quando mi dicevano che avrei poi rimpianto il pancione le guardavo negli occhi pensando: la pazza è questa che ho davanti, non sono io!
    Il parto meriterebbe un post a parte. I dolori che poi si dimenticano… Non so, io ho partorito due volte ed entrambe le volte ho desiderato morire.
    E poi il piccolino è a casa con noi e si fa fatica con l’allattamento e soprattutto non sempre c’è questo riconoscimento reciproco immediato. Si ha paura, si scrutano i suoi progressi. Sorride? Mi guarda negli occhi? Sostiene la testa? Cresce abbastanza?

    Un’immagine su tutte per me vale più di mille parole: una delle protagoniste del film The Hours, interpretata da Julianne Moore, è incinta del secondo figlio, ha un marito pieno di attenzioni e una vita tranquilla da casalinga anni Cinquanta, ma nel suo sguardo liquido c’è tutta la sua paura. Un giorno lascia il bambino più grande e prende una camera in albergo. Immagina la propria morte. Poi sceglie di vivere, ma abbandonerà i figli e il marito subito dopo il parto.
    Ecco: questo suo sguardo non me lo cancello dal cuore. Quante volte l’ho avuto anche io nei lunghi mesi di gravidanza difficile, con l’altro bambino da gestire, un marito sempre assente per lavoro e un genitore malato.
    Infine consiglio a tutte la lettura di “Una madre lo sa”, bel libro sulla maternità scritto da Concita De Gregorio, pieno di storie molto vere, narrate con delicatezza e partecipazione.

    Elena

  25. Bellissimo articolo, e soprattutto utile. Utile togliere il velo su un tabù come questo.
    Quando è nata mia figlia, tra le mille preoccupazioni, la stanchezza, la difficoltà a decifrare il suo linguaggio, a capire cosa voleva da me, ricordo che i mio terrore più grande era quella di poterle ‘fare del male’.
    Brava paola!

  26. Bello l’articolo e importantissimo l’argomento. Essere madri può essere molto difficile in certi momenti e non sempre siamo preparate e supportate adeguatamente . Sapere quanto può essere duro in certi momenti, sapere che è normale che sia così, che non siamo dei mostri se ogni tanto pensiamo di non farcela, sapere soprattutto che chiedendo aiuto questi momenti si possono superare…penso possa evitate tanto dolore e salvare qualche vita nei casi più estremi. Parliamone, rompiamo il tabù…grazie per averlo fatto.
    Samantha

  27. Ho letto l’articolo, sono felice che finalmente qualcuno affronti questo argomento “tabù”, dobbiamo renderci conto che certe tragedie possono essere evitate. Dobbiamo tenere gli occhi aperti e accorgerci in tempo del malessere delle donne che ci circondano, e dobbiamo imparare ad ascoltare noi stesse.

  28. Vorrei dire a Vera che beh si il problema esiste, molte di noi hanno la famiglia d’origine lontana o inesistente ed amici volatilizzati … proprio quello che servirebbe in certi momenti.
    ed inoltre vorrei anche dire alle mamme che si stupiscono che queste brutte cose possono accadere che spesso e volentieri, forse sempre, se una mamma in difficoltà o solamente molto triste, prova a lamentarsi le viene risposto che “fare la mamma è il mestiere più bello del mondo” oppure “tutte hanno avuto figli, di cosa ti lamenti” e così via. E’ così forte la riprovazione sociale che una mamma non può lamentarsi, figuriamoci ad ammettere che potrebbe aver avuto “momenti di buio”!

  29. voi madri bisognerebbe amazzarvi tutte
    io odio le femmine
    le ucciderò tutte
    femmine cagne in cinta che fanno continuare il mondo con i sporchi umani.

    IL DIAVOLO

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