Extreme homeschooling (ma voi lo fareste?)

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L’altra sera, domenica, tornavo in treno da uno psico-seminario a Bologna assieme alla mia amica C., e ce ne stavamo lì stanche e tranquille, su una carrozza del Frecciarossa affollata ai limiti dell’inverosimile; nello scomparto accanto al nostro c’era una famiglia con tre bambini di età compresa (più o meno) tra i 5 e i 10 anni. Il piccolo veniva chiamato dai genitori alternativamente “Giorgio Maria” o “Giorgio Amore”, un po’ come se mamma e papà avessero litigato all’anagrafe e ancora, a distanza di cinque anni, non avessero risolto il conflitto.

Tu, sul tappeto volante   È noto che gli umani in spazi ristretti diventano come le bestie, si affannano e sbanfano. L’aria viziata della carrozza, e l’orario tardo – erano quasi le otto di sera – non favoriva certo un clima sereno. Però, quei bambini.

Quei bambini non erano lobotomizzati davanti a uno smartphone o un tablet, né litigavano, né si picchiavano tirandosi per i capelli, sputandosi addosso o cercando di sbattersi a vicenda la testa nel vetro (ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale). Occupavano in tre il posto di due persone e stavano seduti composti; stanchi, ma attenti a quel che il padre stava dicendo loro. Anzi, leggendo.

Tra chi vince e chi perde   Ci abbiamo messo un po’, io e la mia amica C., a capire quale fosse il libro in oggetto. Poi quando l’abbiamo capito non volevamo crederci. Era Il Golem di Gustav Meyrink, pubblicato a puntate su una rivista tra il 1913 e il 1914 e poi, in volume, nel 1915. «Eppure sentite che modernità», gongolava a tratti il padre. E i figli? Pendevano dalle sue labbra come i pulcini in attesa del cibo; volevano sentire – o erano troppo educati per dissentire – la storia di Athasius Pernath, intagliatore di pietre preziose, che scambia il suo cappello con un uomo il quale rivive come in una visione la propria vita nell’antico ghetto di Praga.

E chi non se la sente La storia è lunga e complessa, sono coinvolti un genio del male e un genio del bene, l’esoterismo e i miti ebraici. E il Golem del titolo? È l’oscuro costrutto capace di obbedire a qualunque ordine gli venga impartito.

Quanto possa c’entrare tutto questo con la vita di tre bambini tra i 5 e i 10 anni non è in assoluto di facile comprensione. Certo non l’abbiamo capito né io né C., che del Golem serbava peraltro un tragico ricordo universitario avendo dovuto studiarlo per un difficilissimo esame di tedesco. Ma quei tre bambini, Giorgio Amore/Giorgio Maria e i suoi innominati fratelli maggiori, non ne perdevano una parola. E infatti a un certo punto: «Papà, non si dice Shalom Alekhem», è saltato su il secondogenito di circa otto anni. «Si dice Salam Aleikum». Il padre, piccato: «Ti sembra così perché tu ora stai studiando l’arabo. Io ho fatto riferimento alla pronuncia ebraica».

Dov’è l’Italia, amore mio   «Fatemi studiare l’ebraico, allora! Voglio studiarlo». A quel punto è intervenuta la madre, che fino a quel momento era parsa un personaggio di contorno (mai fidarsi dell’apparente innocuità dei personaggi di contorno). «Studierai l’ebraico quando sarà opportuno. Per ora vai avanti con l’arabo, punto». Per inciso: mentre padre e bambini avevano un aspetto normale, la madre era un donnone con look al crocevia tra Holly Hobby e un’esponente delle Sylvanian Families (cfr. Famiglia Scoiattoli, per la precisione), con un’infinità di inquietanti forcine tra i capelli.

Mi sono perso anch’io   «Vorrei anche dirvi», ha aggiunto dopo un attimo di silenzio Mamma Scoiattolo, «che non dobbiamo dimenticare le radici comuni di arabo e ebraico. Vogliamo ricordare, bambini, cos’hanno in comune arabo ed ebraico?».

«Io voglio andare avanti con la storia», ha detto Giorgio Maria Amore, in tono assertivo. E così il padre ha ricominciato a leggere. Noi eravamo ubriache di stanchezza ma ci sforzavamo di seguire: e così abbiamo sentito raccontare di intrighi e cospirazioni e del significato etimologico del termine “gravame”. A un certo punto è entrato in scena non so come il Profeta Isaia. «Giorgio Maria, Amore, non ti starai mica addormentando?» ha sibilato la madre al figlioletto annientato, ormai pressofuso col sedile.

Mi sono perso   Purtroppo il nostro viaggio durava solo a Milano – la Sylvanian Family invece era diretta a Torino – e non abbiamo potuto seguire le loro vicende troppo a lungo. Abbiamo però capito con ragionevole certezza che nessuno dei tre bambini va a scuola: vengono educati in casa e seguiti dai genitori in tutto. Più avanti nella lettura, il piccolo ha chiesto al padre di fermarsi: «Mi ripeti quella parola?». «Quale, “forca”?». «Sì, papà». «Cosa vuoi sapere?». «Non mi ricordo cosa vuol dire», ha sospirato. «Ma come?» è intervenuta la madre con prontezza. «Non ti ricordi la forca? È quella che abbiamo costruito assieme a casa, un pomeriggio».

E in un secondo penso a chi mi è stato accanto   Io e C. ci siamo immaginate la famigliola intenta a costruire col Lego le pire sulle quali venivano bruciate le streghe, i ceppi, gli strumenti di tortura della Santa Inquisizione. Un modo come un altro per fissarsi in testa i concetti, immagino. Poi il padre ha cominciato a parlare d’amore con il secondogenito: «Certo, figliolo», l’ha rassicurato. «Io sarò amico del padre della bambina che un giorno sposerai». La frase, che in bocca a un altro uomo sarebbe suonata del tutto innocente, in questo contesto aveva un che di biblico e definitivo. Neanche il tempo di rabbrividire, e siamo arrivati a Milano. E qui la cosa ha preso una piega a metà tra l’agghiacciante e il tenero: i bambini, guidati dal padre, hanno cominciato a salutare la città a volume altissimo, sbracciandosi: «Ciao, Quartiere Isola! Ciao, Stazione Garibaldi!». Un ultimo, inatteso guizzo animista.

L’aria stravolta di chi non ricorda cos’era l’amore Quando sono arrivata a casa i Pupi, fin lì affidati alle amorevoli cure di Mike Delfino, mi hanno mostrato le bombe di sapone e i cumuli di slime casalingo che avevano creato. Lo slime casalingo ha il fastidioso difetto di puzzare di schiuma da barba dozzinale (perché è prodotto, in effetti, con schiuma da barba dozzinale). La Piccolissima era vestita da Elsa di Frozen. Mike Delfino mi ha detto sconsolato: «Guarda che tua figlia sotto il costume da Elsa non vuole indossare le mutande». «In che senso?». «Non lo so. Prova a chiederlo a lei. Comunque non le ha». Sono andata a interrogare l’interessata. «Amore, si può sapere perché diavolo sei senza mutande?». «Perché le mie bambole non le portano». «In che senso?». «Le Barbie. Sono senza mutande. E io voglio essere come loro».

Mi sono venuti in mente gli homeschoolers, con le loro riflessioni «Desidero studiare l’ebraico» e «Cosa vuol dire gravame?», e mi sono per un istante raffigurata l’oceano di distanza che separa la mia Elsa smutandata, e quei bambini.

 

Soundtrack: la mia canzone preferita di questo Sanremo 2019: Dov’è l’Italia, Di Motta.

28 commenti su “Extreme homeschooling (ma voi lo fareste?)

  1. A parte la fantastica risata finale visualizzando la tua Elsa smutandata, durante la lettura del post mi è sovvenuto molto quel film, “Captain Fantastic”… Contesto molto diverso, sicuramente, ma alla base gli stessi concetti.
    E quel film alla fine mi aveva lasciato molti dubbi e molte perplessità.
    Tu bravissima e simpaticissima come sempre, ti leggo da poco ma piano piano mi sto mettendo in pari con i posti più vecchi :-)

  2. Quei bambini diventeranno premi nobel, oppure serial killer. io propendo per la seconda.
    I miei/tuoi figli, cresciuti a slime, playstation, elsa e ladybug (con o senza mutande) probabilmente persone normali con i loro pregi e difetti.
    Immagino anche quanta meravigliosa socialità stiano sviluppando quelle creature che non vanno a scuola e nel tempo libero discettano di aramaico.
    La cultura è sicuramente importante, ma ai fini di un’esistenza piena e appagante (che dovrebbe essere quello che un genitore si augura per i propri figli) non è l’unica cosa che va trasmessa a mio avviso.

  3. In realtà tutti (noi genitori, intendo), in una certa misura, facciamo homeschooling. Temo che farlo in modo esclusivo sia prerogativa di pochi, e rischioso. Nella giusta misura, invece, un grande arricchimento, per i figli ma anche per i genitori.

    Sarebbe inaccettabile però che, in nome di un malinteso diritto a filtrare ciò che i figli apprendono, a una famiglia di fanatici (di qualunque genere, dal religioso al razzista, all’antiscientista) venisse concesso di allevare i propri ragazzi completamente al di fuori del contesto sociale in cui dovranno vivere.

  4. Che poi, nel nostro paese, “homeschooling” vuol dire evasione dell’obbligo scolastico. Istituto creato proprio per evitare pericolosi insegnamenti con connesso isolamento dei bambini. Io trovo questa famiglia da segnalazione agli assistenti sociali

    1. veramente in italia l’educazione familiare è legale, e l’obbligo è di istruire i figli, non di far loro frequentare la scuola. capisco le perplessità ma gli assistenti sociali mi sembrano superflui, fossero questi i bambini maltrattati o in pericolo…

  5. No. Lo farei, forse, se fossi una professoressa e avessi una minima idea di come insegnare le cose.
    Non mi considero adeguata e non avrei la pazienza necessaria. Appoggio volentieri il lavoro delle scuole leggendo con e a lle mie figlie, cercando di ampliare i loro interessi, ecc. Ma Homeschooling, no, non mi ci vedo proprio e non sono sicura di approvare!

  6. A me l’homeschooling crea molte – anzi moltissime – perplessità. Sono un’insegnante, eppure non mi sognerei mai di fare da insegnante ai miei figli, semplicemente perché i due ruoli non devono confondersi. Peraltro (anche se probabilmente non è il caso della famiglia che tu descrivi) ci sono diversi genitori che, pur avendo molteplici lacune culturali, si illudono di poter insegnare tutto ai figli; qualche anno fa mi capitò di commentare sul blog di una mamma che faceva homeschooling e usava – orrore! – come pronome personale complemento “li” anziché “loro” (ad es. “li racconto” invece di “racconto loro”). Quando glielo feci notare, prima cercò di convincermi che si poteva fare, poi cancellò i miei commenti. Non oso immaginare la preparazione grammaticale dei suoi figli!

  7. Io vivo all’estero, e nel mio lavoro fricchettone ogni tanto entrano bambini homeschooled (o home educated, come si dice da queste parti). In particolare ne conosco tre, tutti figli unici credo: una preadolescente di nome zafferano con mamma ansiogena che mette ansia a me figuriamoci alla figlia, un bambino vestito di viola da testa e piedi assolutamente adorabile che parla come un cordiale sessantenne, ed infine il mio prefe: finn. FInn ha sette anni e quando entra in negozio stompa in giro come un elefante, col padre parla solo in gaelico ma il suo inglese è molto acculturato, si veste con blazer e cappelli da signore. Devo dire che ogni volta che vedo finn penso che i miei figli a scuola non ce li mando.

  8. Colcazzo!!!!
    Potevo scrivere parolacce?

    Voglio una bomba di sapone!
    Mio papà ha tentato di istruirmi a modo suo, posto che comunque andavo a scuola. Con me gli è andata bene, a tre anni leggevo e scrivevo anche qualcosina. Ho passato i successivi lustri a leggereleggereleggere. Mi sono annoiata sui banchi fino alla terza liceo.
    Con mio fratello non gli è andata allo stesso modo, ed entrambi ne sono usciti feriti.
    Io le ragazze le mando a scuola, mi trasformerei in un mostro urlatore prima della prima pseudo-campanella casalinga, e comunque non sono mica preparata per insegnare ai piccini: le educatrici e maestre che ho incontrato mi hanno sempr lasciata senza fiato per i metodi ed i contenuti, chapeau!

  9. Che brutti pregiudizi….una famiglia amorevole che vive la vita serenamente insieme e si ineggia agli assistenti sociali….bah…che scivolone di cattivo gusto! Allora ai genitori che mentono, ricattano, sgridano, ignorano, sculacciano i figli (90%) che si dovrebbe fare?

    1. Una famiglia che indottrina i figli non mi sembra per nulla amorevole… piuttosto li paragono a fricchettoni fuori tempo massimo.
      i bambini hanno bisogno di confrontarsi con il mondo esterno in modo da percepire tutte le differenze culturali e di opinioni che solo questo può offrire, non certo una famiglia mono orientata.
      Lo scivolone di cattivo gusto l’ha fatto lei, laddove invoca l’intervento dei servizi sociali per tutti noi poveri comuni genitori cui capita, ogni tanto, di mentire, sculacciare, sgridare, ignorare etc… i propri figli.

  10. Da persona che ha da sempre avuto una certa passione per l’apprendimento delle lingue, guardo a questi bimbi conoscitori dell’ebraico e dell’arabo con un misto di ammirazione e di inquietudine.
    Solo il tempo dirà se questa famiglia ha fatto la scelta giusta.
    Personalmente io non la farei, primo perché non mi sento all’altezza, secondo perché, io stessa, da figlia unica, non avrei gradito essere scolarizzata a casa. Per cui mi affido alla scuola che, pur con tutti i suoi limiti, a mio avviso resta lo strumento di istruzione migliore sul mercato.

  11. Due estati fa ho ospitato una famiglia australiana con due bimbe parzialmente homeschooled di 8 e 11 anni. Le bimbe erano fantastiche, super mature e super curiose di tutto. Ma erano fantastici anche i genitori. Voglio dire che erano consapevoli dei rischi connessi con l’homeschooling e quindi lo facevano solo per periodi stabiliti (tipo qualche mese, in viaggio).
    Il rischio maggiore secondo me è che l’homeschooling induce i genitori a creare nei figli una copia di se stessi, scegliendo per loro tutto ciò che riteniamo il meglio, e scartando il resto. Ma i figli, per diventare se stessi, hanno bisogno di sperimentare anche quello che per i genitori non è il massimo, e fare davvero la propria scelta autonoma. Oltre ad avere bisogno di essere inseriti in un contesto sociale il più vario possibile, e questo lo offre solo la scuola pubblica, per lo meno in italia al momento è così.

  12. C’è da dire che, purtroppo, oggi, la scuola italiana, pubblica e privata, non funziona per niente.
    Non valorizza i singoli e tende all’omologazione e all’appiattimento.
    Mia figlia ha fatto i primi tre anni di elementari in Danimarca, in una scuola internazionale, dove amava andare e ha sviluppato curiosità e amore per l’apprendimento, ed ora in una scuola bilingue italiana, le hanno ucciso in un anno, tutto l’entusiasmo che aveva, sommerso dai compiti e dall’imparare nozioni acriticamente.
    Quindi ammiro chi, avendo le possibilità e le capacità, fa homeschooling o cerchi qualsiasi alternativa a questa brutta scuola.

  13. Credo che l’homeschooling non farebbe per me per diverse ragioni. Prima di tutto non mi sentirei preparata all’insegnamento e dovrei quindi aggiungere un altro aspetto dell’educazione dei figli in cui sentirmi inadeguata. L’idea di rappresentare l’unica figura adulta di riferimento per i miei figli, senza dar loro la possibilità di confrontarsi con altre modalità , mi sembra ingiusto oltre che un po’ supponente. E poi, egoisticamente parlando, l’idea di trascorrere con i miei figli, che adoro per carità, h 24….mi crea una certa ansia. Però, considerando l’esperienza Che ho avuto con alcuni insegnanti, incapaci di formulare una frase di senso compiuto in lingua italiana, posso comprendere che alcuni genitori con mezzi, tempo e preparazione adeguata decidano di far da se’….

  14. Ciao
    Ma che bella Elsa smutandata!! Meno inquietante dell’aramaico.
    Mia figlia, 7 anni e mezzo, in occasione dei colloqui con le maestre mi ha detto che lei ha imparato tantissimo dal nonno , perché lui lo vede quando esce da scuola quando ha ancora tanta energia. Invece a noi chiede meno cose perché la sera il suo “cervello è stanco” e lei “si sente molle”.
    Mi ha fatto tanta tenerezza.

    Venendo all’homeschooling io non reggerei tutto quel tempo e quella responsabilità. Poi noto che dalla figura neutrale ed esterna delle maestre accettano qualsiasi critica, dalla mamma anche un “amore della mamma prova a rileggere quello che hai scritto qui” scatena urla e pianti.
    Grazie
    V

  15. Quando avevo un blog (“Matrigna part time, ndr”) feci un post parlando proprio di homeschooling, dove educatamente esprimevo le mie perplessità.
    Avevo 20 lettori in tutto, ma una anonima genitrice pro-homeschooling mi fece un commento orribile, qualcosa del tipo “non vorrei mai conoscere i tuoi figli”, che peraltro non ho.
    Per dire. Elsa smutandata tutta la vita, vuoi mettere?

  16. Io sarò forse troppo pratica/semplice/terra-terra ma se io e mio marito ci mettessimo a fare homeschooling chi pagherebbe il mutuo, le bollette e tutto il resto?

    1. Se vedo captain fantastic, vengo catapultata di botto nell’adolescenza (e va’ che è una gittata lunghetta) e penso che farei home schooling tutta la vita con viggo mortensen.

  17. Ero venuta a cercare un nuovo post nel mio blog-rufugiot.. Non trovandolo mi leggo i 24 commenti…alcuni davvero fantastici!!
    E penso: quante persone ironiche e di spirito ci sono in giro! Mi piacerebbe che fossero tutti così… Il mondo sarebbe più facile!!!
    Waiting ffw to new post…

  18. A parte che dal punto di vista pratico non è mica tanto facile poter fare l’homeschooling. O lavori o fai l’homeschooling, è piuttosto difficile conciliare le due cose.
    Comunque, io posso anche capire alcune delle idee che possono avere coloro che decidono per l’homeschooling, ma resta il fatto che è forse un po’ presuntuoso per dei genitori pensare di poter riuscire a dare un’educazione completa e inoltre non si può trascurare l’aspetto sociale della scuola. Inoltre penso che le cose possono anche conciliarsi: uno può mandare i figli a scuola e comunque fare poi a casa delle attività che ritiene educative o adatte ai propri figli.
    Gli estremi difficilmente sono la cosa giusta.

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