E il vento soffia forte

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Stamattina ho avuto l’idea geniale di andare al lavoro in bicicletta sotto la pioggia. Mi sono detta: «Indosserò il poncho» ma siccome a Milano c’è una specie di tormenta (succede ogni 200 anni) la pur breve traversata si è rivelata un incubo. Per evitare che il cappuccio si scoperchiasse, per tutto il tragitto ne ho tenuto i cordini stretti tra i denti, proprio come Rambo il coltello – e questa è la parte del piano che ha funzionato. Per il resto, a causa del forte vento da Est, lungo la strada ho assunto progressivamente le sembianze di un golem al crocevia tra Mary Poppins, il bambino Elliott di E.T. e un condom. Quando sono arrivata ero fradicia (tranne otto centimetri quadrati tra il busto e l’ascella destra, misteriosamente asciutti) e avrei voluto asciugarmi col phon che abbiamo in redazione, tecnica che avevo già collaudato una mattina di circa sei mesi fa posizionandomi – per non dar fastidio a nessuno – nell’angolo cucina; angolo cucina di cui, proprio quel giorno e in quell’esatto istante, varcò la soglia senza nessun motivo l’amministratore delegato della nostra azienda.

Ma sono stata subito risucchiata in una riunione e ho dovuto restare com’ero. Di tutte le parti del corpo fradicie che avevo, non so perché ma a infastidirmi in modo bestiale, più di tutto, erano le ginocchia. Mentre vagheggiavo il momento in cui mi si sarebbero asciugati i pantaloni, mi ha scritto la ragazza che segue l’ufficio stampa del mio libro in uscita, Mammamia! Il metodo italiano per crescere bambini felici, dandomi prima un’ottima notizia («Oggi non devi venire a firmare le copie destinate alla stampa in casa editrice, te le mando con un pony e poi le faccio ritirare»), subito annullata da una notizia pessima: «Scusa, ho verificato ma i pony sono nel panico, con tutta questa pioggia non possono raggiungerti prima di domani». Ho pensato che non avevo mai sentito l’espressione «I pony sono nel panico» prima, e che evidentemente avrei saltato la pausa pranzo.

Così è andata. Città attraversata (questa volta in metropolitana), copie firmate, ritorno. Oggi giornata campale al giornale: Gioia, il settimanale per cui ho lavorato per anni, ha chiuso i battenti e siamo tutti trasmigrati nella colossale redazione di Elle, che era un mensile ma è diventato un settimanale (lo trovate da giovedì in edicola). Verso le quattro del pomeriggio fuori dalla redazione c’era l’Apocalisse; dentro la redazione i colleghi hanno cominciato a entrare in panico (come i pony) pensando che non sarebbero mai tornati a casa, un po’ per la mole di lavoro e un po’ per il maltempo. Sforzandomi di osservare il cielo nero attraverso le minuscole grate dei pannelli fotosensibili (che sono stati montati al contrario: quando fuori piove si chiudono e non si vede niente, quando c’è il sole si aprono così finisci accecato) mi sono trovata a riflettere sul concetto di resilienza. Lo so che non ne potete più, che la resilienza vi ha stufato perché è stata troppo di moda e troppo a lungo, un po’ come la panna in cucina negli anni 80. Però per me è un concetto che ha ancora un significato profondo al punto che nel libro le ho dedicato un intero capitolo; se la natura non me ne avesse fatto dono in abbondanza, a quest’ora sarei morta. Se siete curiosi, domani vi racconto un aneddoto che ne è la prova provata.

 

 

 

9 commenti su “E il vento soffia forte

  1. Per questa volta passi la resilienza, purché me la tieni separata e lontana dall’empatia, che insieme potrebbero essermi letali.

    Dalla Treccani: resiliènza s. f. [der. di resiliente]. – 1. Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità. […] 3. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.

    Quindi occorre arrivare al terzo significato per averne l’interpretazione, evidentemente tarda e forzata, il cui (ab)uso comune è ormai invalso…

  2. Ora il titolo mi piace.
    Ti manderei una foto della Cicci in auto, alle quattro e mezza, sotto il diluvio burrascoso. con gli occhiali da sole, perché l’unico raggio che penetrava orizzontale tra le nuvole le lambiva gli occhioni.
    Buon inizio con Elle!
    Anche io voglio una copia firmataaaaaa.
    Dove si troverà il libro?
    Meno due!

  3. Noi in ufficio non abbiamo in phon, sicché, se devi asciugarti i vestiti, devi appallottolarti sotto quell’affare che soffia aria calda per asciugare le mani, per gli amici “il Fumagalli”. É una faccenda abbastanza imbarazzante, però siccome il Fumagalli è nel bagno, quantomeno non si corre il rischio che ti capiti lì l’amministratore delegato (almeno a noi donne)
    Baci cara Paola, che oggi sarei dovuta andare a Genova, ma grazie al cielo hanno iniziato a sopprimere i treni e me ne son rimasta a Milano, che pur nella tempesta mi sembrava tranquillissima.

    1. ah ecco, la Mindfulness non l’ho ancora approfondita tanto – forse dovrei – invece la resilienza è una costante della mia vita.

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