Didattica di stanza/2

book-1822474_1920

Buon inizio d’estate a voi. Questo mi sembra un ottimo momento per tirare le somme su quel che della DaD (ribattezzata dai miei figli «didattica di stanza» perché si fa nella stanza) ha funzionato, e quel che invece no. Della Pupa, che ha testé concluso con successo la prima liceo, ho già raccontato. Essendo le indicazioni della ministra meno chiare che mai (vogliamo spendere una parola su di lei? Forse no), nessuno dei suoi compagni è stato bocciato ma una caterva, in compenso, ha preso «debiti» che nessuno ancora sa come, quando e se verranno recuperati. Lei ha avuto per fortuna buoni risultati – anche perché chiusa in casa, negli ultimi mesi, suo malgrado non ha potuto fare altro che studiare.

D’altro canto la mia cara amica Michela che vive a Parigi – zona massacrata dal Covid, credo, più o meno quanto la Lombardia – mi ha detto che anche Macron ha cambiato idea mille volte. Dal 22 giugno e fino al 3 luglio (!), in pratica per otto giorni, i bambini tornano finalmente a scuola; ma mancano molti insegnanti che si sono rifiutati di rientrare in servizio, il servizio mensa è a rischio e ai genitori è richiesto di restare «nelle vicinanze» qualora si rendesse necessario, all’improvviso, andare a riprendere i figli.

Il mio amico Heiko invece, da Berlino, mi racconta di una vita ancora molto sottotono, in cui peraltro le cose non sono mai state tragiche come da noi; se avevi la tosse e anche solo un po’ di febbre nel giro di un paio di giorni venivano a farti un tampone a domicilio, il sistema di tracciamenti ha funzionato bene e le scuole hanno riaperto già a fine maggio (anche se ora in un mattatoio del Nordreno-Vestfalia ci sono stati un’infinità di contagi e lì è facile che richiuda tutto). I bambini, mi ha spiegato Heiko, vanno lanciati dentro gli edifici scolastici senza sostare neanche un minuto, possibilmente dall’auto in corsa, ma frequentano le lezioni e questo a me sembra un sogno.

Se la DaD ha funzionato (abbastanza bene) per i ragazzi più grandi come la Pupa, per i piccoli è stata un’esperienza disastrosa. La Maggot – sei anni, in curriculum quattro mesi appena di scuola elementare – a fine marzo aveva volutamente disimparato a leggere giustificandosi con un perentorio «Non me la sento più». A maggio mi ha confessato: «Non ricordo nemmeno più i nomi dei miei compagni di classe». Questo io l’ho trovato straziante. I bambini con i quali aveva imbastito folli corse in cortile e interminabili partite di nascondino e «Ce l’hai», quelli dei quali già a pochi giorni dall’inizio della scuola conosceva a memoria i gusti a mensa e il colore degli occhi (in 5 hanno gli occhi azzurri, fanno 10 occhi azzurri in tutta la classe), quelli che a dicembre l’hanno seppellita di regali e di baci per il suo compreanno, erano diventati tanti puntini sfocati, indistinte creature che ogni tanto sognava di notte – e poi nemmeno più.

Un mattino di fine maggio noi genitori siamo andati uno a uno – convocati scaglionati, a distanza, con le mascherine – a ritirare i materiali che gli alunni avevano lasciato in classe in quel surreale venerdì di fine febbraio, senza sapere che a scuola non avrebbero più rimesso piede; in fila indiana, a capo chino, abbiamo seguito il percorso indicato in cortile e siamo arrivati davanti a un bancone dove ciascuno di noi ha ripreso i disegni di suo figlio, i pennelli, le scarpine da ginnastica usate dieci volte e ormai certamente passate di numero, i maglioni dimenticati sull’appenderia, il grembiule da pittore così orgogliosamente inzaccherato, i libri seminuovi; e in questo nostro mesto recupero degli effetti personali dei bambini, io ci ho trovato contenuta l’idea gigantesca e spossante del lutto collettivo che abbiamo, credo, appena iniziato a elaborare.

Per qualche istante ho potuto parlare con le insegnanti mentre lentamente sfilavo davanti agli oggetti. «La didattica a distanza? Per i più piccoli è un palliativo, loro crescono attraverso il contatto con il gruppo e gli abbracci», mi ha detto la maestra di italiano, e l’abbraccio di una voce attraverso lo schermo di un video non è, evidentemente, lo stesso di un corpo minuscolo che si stringe al tuo. «È vero. Imparano solo all’interno di una relazione di fiducia e di affetto», ha rincarato la dose quella di matematica. Ma quanto erano gonfi i nostri cuori quando, quel giorno, siamo tornati a casa? Gonfi come le braccia straripanti dei troppi oggetti che, nemmeno lo ricordavamo, i nostri bambini avevano portato a scuola.

Non che non ci abbiano provato, maestre e professori della scuola dell’obbligo, a fare lezione, però è stato un percorso faticosissimo. Se il Pupo era semi-autonomo e poteva contare (in prima media) su tre o quattro videolezioni al giorno più mezz’ora alla settimana di strumento individuale via Skype, i bambini di prima elementare, divisi a gruppetti, si video-incontravano per poco più di un’ora a settimana. Del resto fare lezioni con 22 di loro alla volta sarebbe stato impossibile. I videoincontri, chiunque abbia avuto un figlio piccolo in casa lo sa, funzionavano più o meno così:

«Bambini mi sentite? Ci vedete bene?». «Maestra non ti vedo». «Maestra ti vedo ma non ti sento». «Maestra ti vedo e ti sento, volevo solo salutarti». «Maestra si è fermata l’immagine». «Potete chiudere i microfoni?». «Dulnidu, chiudi il microfono». «Emil, se quello che hai in mano è un pezzo di pizza ti chiedo per il momento di poggiarlo e prendere la matita». «Maestra, questa è mia sorella grande, mi aiuta a schiacciare i tasti giusti» (Gaia). «Maestra, questa è una ragazza che vive con noi, le ho chiesto di tornare dalla sua famiglia ma non ne vuole sapere, comunque diciamo che è la mia aiutante» (la Piccolissima a proposito della Pupa).

Interferenze: a pacchi. «Scusate, io ho 46 figli e in casa un solo tablet, tra poco Chanel si deve sganciare». «Scusate, io ho ricominciato a lavorare e mi serve il cellulare, tra poco Maria si deve disconnettere». «Scusate, io sono psicologicamente devastata e penso che il Covid sia colpa del governo, di Bill Gates e del 5G, questa cosa non si può fare». «Comunque, bambini, ricordatevi: #andràtuttobene!». «Maestra, non ti vedo». «Maestra, non ti sento». «Devo fare la cacca». «Bambini, sono il maestro di religione. Per la prossima videolezione preparate della maizena, 18 stuzzicadenti lunghi, una ciotola piena d’acqua, aceto e bicarbonato ma non nello stesso contenitore, faremo un bellissimo lavoretto intitolato “Vulcani e sabbie mobili”». «Maestra, posso farti vedere il mio pupazzo preferito?» (alla fine di ogni lezione c’era questo momento tenerissimo, in cui ognuno prendeva i suoi pupazzi del cuore e li mostrava agli altri).

Se mi guardo indietro, se guardo al disastro che è stato, posso dire di essere fortunata. In famiglia siamo rimasti tutti in salute, proprio questo weekend sono riuscita a rivedere entrambi i miei fratelli in un sol colpo. Fatica ne abbiamo fatta, come tutti; problemi ne abbiamo (e ne abbiamo avuti). Però ci siamo e in questo inizio d’estate io mi sento che siano contenute le migliori premesse per un orizzonte meno drammatico di quello che ci siamo lasciati alle spalle. Ma se il genio della lampada o Gesù Bambino o Babbo Natale fossero in ascolto e mi permettessero di esprimere un desiderio, sarebbe: che la didattica a distanza non torni. Mai (compatibilmente con le condizioni, ovvio). Ai miei figli (due dei tre, la terza mi è sfuggita) ho chiesto quale sarà la prima cosa che faranno quando, a settembre, potranno rivedere – si spera – i compagni.

Il Pupo: «Andrò a pesca con loro».

La Maggot: «Li abbraccerò. Però promettimi sul cuore di lupetto che non lo scrivi e non lo invii dal computer».

 

8 commenti su “Didattica di stanza/2

  1. non scrivo mai, ma stavolta hai centrato i miei pensieri completamente. ho riso tanto e mi sono commossa. credo che tutti abbiamo cercato di fare del nostro meglio. speriamo che a settembre ci si possa mettere tutto alle spalle e tornare alla tanto odiata, tanto cercata , normalità. E si, all’ estero non sono le rose e fiori che raccontano qui. quando parlano di scuole aperte in Germania mi viene da ridere… ho una amica che si deve fare i fogli excel per capire quando portare i 2 figli a scuola, 2 ore al giorno ognuno ma ore diverse. a Heidelberg vanno a scuola solo i figli di genitori con lavori “socialmente rilevanti”, ma da pochi giorni e basta.

    1. Personalmente, posso riportare l’esperienza Svizzera dove la scuola ha riaperto part time (o mattina e mensa per chi voleva, oppure pomeriggio e doposcuola a opzione) l’11 maggio. Dal 25 riapertura totale e del tutto « normale ». Domani ci sarà la chiusura estiva, come da calendario pre covid. Solo per dire che ci sono realtà in cui la ripresa c’è stata davvero

      1. Preciso ancora, dall’11 maggio la scuola ha riaperto con obbligo di frequenza. E durante tutto il periodo di chiusura, il servizio di accoglienza é stati garantiti ai bambini i cui genitori avevano comprovate esigenze lavorative (cassiere, settore medico, polizia, ecc.)

    2. Buongiorno a tutti. Da parte mia, ho ottenuto un prestito di 45.000 euro da maxipcredit che al momento sto rimborsando a un tasso di interesse molto conveniente, per maggiori informazioni visita il loro sito web. https://urlz.fr/dsCj

  2. Lacrime e sorrisi. Quella dei bimbi lanciati a scuola da auto possibilmente in corsa rende pienamente l’idea di ciò che – verrebbe da dire – ci siamo risparmiati. Ma io non sono per la DAD a nessun livello almeno per quello che ho visto fino agli 11 anni. La mia piccola, che ha due mesi e un anno scolastico meno della tua, era ancora alla materna: avrebbe chiuso quest’anno. Quest’anno avrebbe salutato, fatto la festa dei remigini, lasciato un messaggio su un foglio con la promessa delle maestre “lo appendiamo e resta qui in ricordo” (non si sa bene quanto a lungo visto che io non ne ho mai notati). Invece non siamo nemmeno tornati a prendere la sacchetta, le scarpe diventate piccole nell’armadietto, il plico dei disegni, il piccolo astuccio che ci avevano chiesto a scomparti e noi ce n’eravamo fregate perché a Isabelle piaceva quello di Frozen, ed era a tubo. Alla luce di poi… quanto poco importante, quanto misero e minimo sarebbe stato, acquistare un nuovo astuccio a scomparti come prescritto. Che tanto non userà nemmeno a scuola perché farà una scuola esperienziale. Dimentica i nomi, le è rimasto in petto il suo amico fidato, quel piccolo che le caccia baci a fior di labbra e noi fingiamo di inorridirci. Le è rimasto ma non l’ha più visto, nemmeno lui. S’è fatta timida, arricciata su sé stessa, si srotola in moti di nervoso. Comunque. Comunque non so se riesco a essere positiva, ma di certo ho odiato che troppi fossero terroristici. Un abbraccio.

  3. Anche nella dad della nostra classe di scuola elementare dspuntavano i pupazzi. E anche da noi era un continuo non ti sento non ti vedo, all’inizio. Però poi i bambini un po’ci hanno fatto il callo e verso inizio maggio la lezione era quasi lezione. Si preparavano la seduta con il codice del meeting, foto ai compiti (sempre un po’ sfuocata) e caricamento. Mentre è assolutamente vero che è loro mancato il contatto, il confronto, la quotidianità, trovo che a volte si sia insistito su queste mancanze solo per piangerle e non trovare percorsi alternativi. Non da parte di tutti gli insegnanti ma da alcuni sì, indipendentemente dalla loro età. Maestri più anziani sono stati capaci di mettersi in gioco meglio di maestri più giovani in una specie di gioco di tombola in cui nella assenza di indicazioni di ogni tipo ha contato molto la ‘ cartellata ‘che ti era toccata, ancora più del solito.

  4. Eccallà! Scritta e inviata dal computer! Ma la Maggot non lo saprà, promesso sul cuore di lupetto! Baci a voi 5 nell’attesa di potervi riabbracciare :)
    P.S. Su Macron stendiamo un velo pietoso, che è meglio!

  5. Stivaletti del ventisei, piede del ventinove. Questa immagine mi rimarrà impressa, temo.
    Sei una pessima lupetta, ma non lo diremo a nessuno!

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *