Commozioni

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Tutta la gioia di mille sere  È cominciata in sordina, come spesso accade con le cose importanti. Era la sera del 20 agosto – sono passati 20 giorni esatti – e la nostra Maggot, sei anni (non più Piccolissima) giocava col fratello detto Pupo in soggiorno, nella casa sul lago che avevamo preso in affitto per l’estate. Il gioco consisteva nel seguente esercizio: in piedi sul bracciolo del divano, lasciarsi cadere (come se si stesse svenendo) all’indietro, atterrando sul divano stesso. [In seguito il Pupo ha dichiarato: «Io gliel’avevo detto, di non farlo»]. È evidente: alcuni bambini sono più quieti, altri – come quelli che io ho avuto la ventura di mettere al mondo – gradiscono assai quel momento di brivido e vuoto, la sensazione di piccola morte legata a un’impresa sconsiderata che per qualche istante ti mozza il respiro. Quasi sempre ne escono indenni.

E così, mentre noi adulti finivamo di cenare in terrazzo, la Maggot sveniva e sveniva senza che noi ne sapessimo nulla. Dopo qualche tentativo andato a segno deve aver pensato che valesse la pena di alzare il tiro. E così – proprio come farebbe un campione di salto in alto con la tecnica detta Fosbury – ha preso lo slancio e si è lanciata all’indietro. Ma ha sbagliato completamente la mira, e anziché finire sul divano (che è piazzato in mezzo alla stanza, non contro un muro) ne ha oltrepassato lo schienale, librandosi in volo e infine atterrando, di nuca, sulle durissime piastrelle.

Ed un momento solo di pianto  Chiunque abbia avuto un bambino attorno, anche solo per poche ore, sa bene con quale intensità acustica egli o ella possa esprimere il suo disappunto in caso di evento avverso. E la Maggot l’ha espresso. Abbiamo avvertito un tonfo sordo e, subito dopo, le urla. Siamo accorsi. Anzi per la precisione è accorso Mike Delfino; io, con una superficialità di cui in seguito mi sono pentita mille volte, sono rimasta seduta in terrazza perché stavo leggendo l’aggiornamento quotidiano sui contagi da Covid. Poi li ho raggiunti, ho finito di consolare la piccola, le ho messo del ghiaccio sulla nuca e dell’arnica (arnica!) impiastricciandole tutti i capelli. Era lucida, orientata, non ha vomitato, il dolore – diceva – era diminuito; non c’era sangue, solo un bernoccolo. Ha smesso di piangere. Ha dormito con me.

Dopo una notte tranquilla l’abbiamo lasciata a giocare coi nonni e ne abbiamo approfittato per una gita nei dintorni con il Pupo. A sera, stava ancora bene; ha chiesto e ottenuto di andare a mangiare il sushi. Rientrando dal ristorante, in auto, ha solo detto: «Mi fa male la testa al punto che me ne taglierei via una fetta». Di nuovo, a casa, era calma. Non si è lamentata di niente [In seguito abbiamo riflettuto: il problema è che lei non dà quasi alcun peso al dolore, è difficilissimo che lo segnali]. Ma la mattina dopo alle otto è arrivato il Pupo nella nostra stanza e ci ha detto (parole letterali): «Genitori. Ho udito un flebile lamento, come di un gattino. Ma invece era mia sorella! Venite, perché non si alza e non si muove».

Pochi minuti dopo eravamo in auto, in direzione del pronto soccorso di Cittiglio. Ci hanno preso in carico subito – a me e alla Maggot; Mike Delfino aspettava fuori, sempre causa Covid. Dopo una visita neurologica la pediatra ha detto: «Per eccesso di zelo le farei una Tac. Sono radiazioni e con i bambini sarebbe meglio evitare, però…». Siamo andate nella sala delle Tac ma quando il tecnico ha visto la bambina ha commentato: «È troppo piccola, non ce n’è bisogno, tutti questi raggi le fanno solo male. Lo vede? È dolorante ma lucida, orientata, vigile». È andato «di là» [molta gente è andata «di là», in molti momenti di questa storia] a discutere con la pediatra, la quale ha infine avuto la meglio (Dio la benedica). La Tac è stata effettuata, siamo tornate nella stanza dove ci avevano visitato. Dopo cinque minuti hanno fatto irruzione la pediatra, il tecnico, due infermiere e un’altra dottoressa che mi ha guardato e mi ha detto: «Signora, sua figlia ha un’emorragia cerebrale».

Rivive l’anima mia assetata   Diversi amici mi hanno chiesto la stessa cosa: «Quanti anni di vita hai perso in quel momento?». A occhio e croce, una decina. Tra l’altro non mi avevano neanche fatto sedere (la classica frase dei film: «Signora, si sieda») dunque proprio non ero pronta. Di lì in poi è stato un turbine, un velocissimo avvicendarsi di figure attorno alla Maggot: in men che non si dica l’hanno attaccata all’ossigeno, le hanno messo il saturimetro, una serie di cerotti-sensori per monitorare l’attività cardiaca, il bracciale per misurare la pressione, il catetere per l’accesso venoso bucandola un po’ qua e un po’ là (qui sì, ci sono state molte urla, e non c’è niente di peggio di vedere un bambino costretto con la forza a stare fermo). Poi sono arrivate delle figure sanitarie non meglio identificate (so che c’erano, ma non saprei riconoscerli in un confronto all’americana) tra cui certamente un paio di anesisisti rianimatori, il direttore del ps, la solita pediatra che Dio la benedica, un neurologo e altri personaggi che continuavano a ripeterci le stesse domande e a tornare «di là» per confabulare; a un certo punto ho sentito dire «Il quadro non è tranquillizzante» e «Non sono affatto sereno» e dalla finestra del pronto soccorso, affacciata sul cortile, ho chiesto a Mike D. di andare a comprarmi un pacchetto di sigarette anche se, ricorderete, a marzo avevo smesso.

Poi la pediatra è tornata da noi e ci ha detto: «Non spaventatevi ma forse dobbiamo andare in elicottero a Bergamo» e io ho cercato di vedere il lato positivo della cosa e cioè: in elicottero in fondo non c’ero mai stata, e neanche la Maggot, poteva essere un’esperienza. In qualche modo sono passate molte ore che per uno strano scherzo temporale si sono compresse in un imbuto spiraliforme e insomma mi sembravano pochi minuti; ci hanno fatto il tampone per il Covid (a me molto bene, cioè facendo male ed essendo vestiti da alieni; con la Maggot più delicati e sensibili e indossando solo un paio di mascherine a testa) e ci hanno detto di prepararci, solo che non si capiva a cosa dovessimo prepararci, forse nemmeno loro lo sapevano, ed eravamo digiune o quasi ma io non avevo affatto fame, la Maggot nemmeno, e poi ci hanno detto che andava bene così, «nel caso che». La Maggot non poteva neanche bere e così le hanno fatto una flebo di qualcosa, la guardavo e pensavo che avrei voluto liberarla da tutti quei fili ma anche che mi stava salendo una gran nausea; lei batteva la testa e io leggevo il bollettino sanitario sul cellulare; lei peggiorava in silenzio, in casa coi nonni, mentre noi ce n’eravamo andati in gita nei dintorni.

Si è infine liberato – era pomeriggio ma non so più dire l’ora – un posto all’Ospedale di Varese, dove c’è un centro di eccellenza [se un bambino batte la testa a questo modo, il Sistema sanitario si assicura che venga portato nel miglior posto possibile, il più vicino possibile]. E così abbiamo fatto il nostro primo trasporto protetto in ambulanza («protetto» significa che con te salgono un paio di anestesisti rianimatori, sempre «nel caso che»). A Varese ci hanno tenuto due giorni nell’astanteria del pronto soccorso; è molto scomodo perché le stanze sono condivise e c’è sempre un gran casino ma è anche il posto migliore dove stare se hai una situazione come la nostra, c’è una gran quantità di gente che viene a controllarti di continuo, la mia amica I. mi ha ricordato che «i medici del pronto soccorso sono bravissimi», e infatti se schiacci anche per sbaglio (la Maggot l’ha fatto un paio di volte, la seconda era apposta) quel pulsantino di chiamata, in dieci secondi accorrono da te ronzando, piccolo amorevole sciame di api operose.

Perché l’anima mia si perda   Il quadro clinico della Maggot si è complicato più volte. Tra l’altro mi dicevano le cose a spizzichi e bocconi, un po’ come fossi a mia volta un bambino o in ogni caso una persona da tenere sotto tutela. A un certo punto per l’ansia ho anche rotto le scatole alla mia amica anestesista milanese (che per inciso la Maggot l’ha fatta nascere, nel senso che mi ha sparato in vena una fantastica epidurale) affinché da remoto seguisse un po’ la vicenda – e lei l’ha fatto. Il fatto è che niente era chiaro, nemmeno a loro: a poche ore dal ricovero è cominciata una serie di vomiti (serale, notturno, mattutino), cui è seguita una seconda Tac («quadro sostanzialmente invariato» mi hanno detto), poi un esame del sangue che mostrava che un certo valore era sceso e non andava bene, poi un altro vomito, al che è intervenuto il primario per disporre d’urgenza una risonanza magnetica con trasbordo (sempre protetto) nell’ala dell’ospedale gemello; per verificare, mi hanno spiegato, «che non vi fossero trombi o vasi danneggiati attorno all’edema». Non so se avete mai fatto la risonanza ma è quella cosa per cui ti infilano in un tubo (si vede anche nei film) e devi stare fermo mentre, per venticinque minuti o giù di lì, senti un susseguirsi di rumori assurdi a metà strada tra il martello pneumatico e il rave party. La Maggot sapeva di dover rimanere immobile ma ha solo sei anni ed era piena di tubi e fastidi e, anche se è piccola, preoccupazioni, dunque piangeva con grossi lacrimoni che le colavano lungo le guance, però senza batter ciglio, e anche a me veniva da piangere così le ho cantato fortissimo tutto il mio repertorio di Guccini, una canzone scout intitolata Terra di Betulla e per finire il mio pezzo forte che è Buonanotte Fiorellino, in piedi accanto a quello spietato tubo rumoroso; mi ha confidato poi di non averne sentito nemmeno una nota.

L’ospedale è un mondo a sé su cui si potrebbero scrivere libri interi. Diciamo che solo ora capisco appieno il senso di certe dichiarazioni che appaiono un po’ leziose a chi non ci è passato: avete presente quei biglietti appesi negli studi medici, coi disegni dei bambini e i ringraziamenti dei genitori «a tutto lo staff, ai dottori, agli infermieri, al personale». Durante la notte provavo a guardare me stessa e mia figlia dall’alto, con un esercizio di visualizzazione, e vedevo le nostre due sagome stese sul suo lettino – lei supina e piccola e piena di cavi, io sdraiata su un fianco con i capelli spettinati e il collo paralizzato, tentando di occupare il minor spazio possibile, di non sfiorarla quasi; a noi genitori erano state assegnate certe sedie comode come la Vergine di Norimberga e al buio strisciavamo in silenzio, come i pallidi vermi che sentivamo di essere, su quei materassi singoli, stringendoci accanto ai corpi dei nostri piccoli e facendo esattamente l’inverso di quel che di solito accade: in genere sono i bambini a rifugiarsi di nascosto, quando hanno paura, nel lettone di mamma e papà.

Dove il corpo rinasce e riposa  Mentre la Maggot era sotto cortisone io cercavo, in quei giorni, di recuperare. Di ricordare i passaggi del flauto di una certa canzone che da allora mi risuona in testa. Di mettere a tacere rimorsi/rimpianti e il senso di colpa: «Dottore, ma se l’avessimo portata prima?». «Inutile. Non avremmo fatto niente» mi ha spiegato uno dei tanti premurosi attori del nostro dramma in atto unico, mentre ci avviavamo verso il tubo della risonanza spingendo la bambina in barella. «Nel 5% dei bambini, ed è il vostro caso, non ci sono sintomi per 24 ore e più. Nemmeno alla Tac – se mai l’avessimo eseguita in assenza di sintomi – avremmo visto nulla. E comunque di quel 5% che, come voi, arriva in ospedale oltre le 24 ore, più della metà non ha una Tac patologica. Voi avete pescato la pagliuzza corta. La vostra emorragia è partita piano, lenta ma inesorabile. E l’ematoma è in una posizione… diciamo antipatica da aggredire chirurgicamente. Dobbiamo proprio sperare che si riassorba da sé».

Della nostra recente esperienza ci sono cose, molte, che vorrei dimenticare per sempre. Altre che serbo come un ricordo prezioso. Come quando la Maggot ha chiesto a un anestesista: «Ma dove vai in giro così?». «In giro come?». «Con quelle mani così graaandi», e sembrava Cappuccetto Rosso. O come quando in tanti le si affollavano attorno per compiere fastidiose e necessarie operazioni e lei ha urlato: «Ehi, genietti! È possibile» (pronuncia la “esse” come Jovanotti) «che non abbiate ancora trovato una soluzione al mio problema? Siete solo stati capaci di riempirmi il corpo di stupidi aggeggi». Oppure quando ha scoperto che nell’armadietto accanto al letto c’era una cassaforte e ha anche trovato il modo di utilizzarla – apri chiudi apri chiudi apri chiudi, un passatempo migliore di tutti i libri (più di venti, direi) che ho potuto leggerle in quei giorni. O ancora il fatto, di cui riesco oggi francamente a ridere, che l’ospedale sia riuscito a produrre una pastina immangiabile persino per lei, che la considera il suo piatto preferito.

Rivive l’anima mia assetata   C’era un quadernetto in cui la mia piccola si è messa a scrivere quando ha ricominciato a scrivere; un “diario segreto” di quelli con il lucchetto che avevamo anche noi da bambini. L’aveva messo in cassaforte ma ormai conoscevo il codice, l’ho sfogliato una notte mentre dormiva, tenendo accesa la torcia del cellulare. A una certa pagina ho trovato una grande scritta nera, in stampatello: «PAURA». Poi, sempre in nero, aveva disegnato degli spettri. E nella pagina dopo, una frase: «Diamo al futuro un’altra occasione». Come faccio altre volte in situazioni gravi, ho cominciato a parlare con mia nonna, che da un bel tot se ne sta in cielo, e a chiederle delle cose ben precise. Il bello è che in quel momento mi è sembrata un’azione perfettamente ragionevole (del resto all’esame scritto di Neuropsicologia è stata lei a mandarmi la domanda sull’Alzheimer, che vi giuro non usciva da anni).

Vorrei offrirti questa mia vita   La sera prima delle dimissioni ho avuto un colloquio con la neurochirurga. Un essere come ce ne sono pochi – non sono ironica. Di quelli che, se fossimo in Shining, diresti che hanno la luccicanza. Parlava e le sue parole erano gocce gonfie e dorate che mi sono bevuta cercando di non dimenticarne nessuna. Tra le varie cose che mi ha detto e che non sapevo c’è che l’emorragia, e l’ematoma, erano a un niente da una vena molto grossa; ecco di cosa volevano accertarsi con la risonanza, che questa vena fosse stata solo sfiorata ma non danneggiata, «perché vede, allora». Ecco perché mi ripetevano che era meglio non intervenire chirurgicamente, se non «nel caso che». E poi ho scoperto che oltre all’ematoma c’era (c’è) una frattura lievemente scomposta del cranio. Si rinsalderà da sé. Motivo per cui la Maggot è stata sì dimessa ma dobbiamo tenerla d’occhio e tenere d’occhio, per un paio di mesi, alcuni sintomi. Sempre «nel caso che». La prossima settimana abbiamo un controllo della neurochirurga e nel frattempo cerchiamo di tenerla sotto una campana di vetro. Lei ha capito molte cose e prova, come può, a seguire le indicazioni: non correre non saltare non arrampicarsi. Se la guardo muoversi nella stanza lo vedo il suo piccolo corpo, abituato a rimbalzare da una parte all’altra, che abbozza certi slanci trattenuti. Anche in cortile con gli amici: mette le mani sui fianchi, stringe i pugni e infila la lingua tra le labbra. Ogni tanto le scappano tre passi di corsa leggera, poi si ferma. Mi guarda come dire: hai voglia, a cancellare sei anni di abitudini. La guardo, ed è come se i pugni li stringessi anch’io. Poi strizzo forte gli occhi. Perché mi bruciano (ancora) tanto?

 

Soundtrack: ho preso solo alcune frasi di una delle mie canzoni preferite. Non l’ascoltavo da anni ma di recente ho provato a cantarla in un certo posto che sapete. È la Canzone delle colombe e del fiore, del Maestro. Vi invito a risentirla.

35 commenti su “Commozioni

  1. Mi sono commossa tanto anch’io leggendo, sono qui ad allattare mio figlio e mi si è stretto lo stomaco pensando a quello che avete passato. Mando un bacione a te Paola e alla tua coraggiosissima bimba ❤️

  2. La piccolissima coi colpi di scena ospedalieri aveva già dato, come l’anno prima di andare alla materna e aveva avuto la broncopolmonite… E tutti i compagnetti all’inserimento le sembravano piccoli dottori per via del grembiule ❤️ un abbraccio Paola

    1. ma infatti guarda, poi ha riavuto la polmonite a 4 anni (a Verona, ricovero) e poi ancora una crisi respiratoria durante il lockdown! ma tu dimmi che c@#.

  3. Piccola cucciola,forza ragazzi. Auguro alla piciola una pronta guarigione, sono certa che andrà tutto bene e col suo carattere forte riuscirà a gestire bene anche questo momentaneo rallentamento.
    Vi abbraccio forte fortissimo,buon tutto!e buon inizio scuola a tutti e 3!

  4. Brividi e lacrime ad ogni frase.
    Un figlio che sta male non dovrebbe esistere.
    E per ridere ti dico amica mia che come fu per la lingua di Rocco se ci fossi stato io tutto sarebbe andato bene.
    Vi voglio bene

  5. Che brutta esperienza, mi dispiace davvero tanto.
    Simpatizzo con un po’ di nausea, che mi è venuta leggendo e pensando a voi e poi pensando a quanto sarei andata fuori di testa se fosse successo a me.
    Un abbraccio forte forte a te… e alla ex Piccolissima magari no, magari tante carezze ❤❤❤❤

  6. Chi e’ il Maestro carissima?
    Oggi son stata tre ore al pronto soccorso per lo stesso motivo! Ma TAC negativa. Anche io dopo 48 ore. Ancora sintomi strani pero’.
    Ti abbraccio ♥️

  7. Ho vissuto sensazioni identiche esattamente due anni fa quando, per una puntura di un insetto, mio figlio, che allora aveva l’età della tua bimba, ha rischiato la setticemia…stessi sensi di colpa accomunano noi genitori sempre di corsa e incasinati ma credimi che questi bambini hanno una forza tale da sembrare un vaccino per le nuove generazioni … ti abbraccio

  8. Poveri, poveri, poveri. Un grossissimo abbraccio da una lettrice affezionata. E Grazie della condivisione, è bene saperle queste cose

  9. O_o la piccolissima… che preoccupazione… chissà cosa hai pensato, cosa hai fatto, come sei stata, come… ? Domani, quando recupererò il telefono dallo studio di Milano, dove l’ho scordato, ti chiamo in istantanea.

  10. Paola, asciugandomi le lacrime, vi mando un abbraccio.
    Questo agosto ho avuto un’esperienza simile, benché mai paragonabile, con mia madre molto anziana.
    C’era tutto quello che hai descritto: ansia dei medici, confusione, vedere in loro la paura, i miei sensi di colpa… e uno stato d’animo che non dimenticherò mai.
    Un’alternanza schizofrenica tra minuti di razionalità che cerca di farti pensare, fare e dire cose UTILI e POSITIVE a lei e agli altri, e minuti di sconforto e dolore paralizzante.
    Se anche solo tento di immaginarlo vissuto da madre con uno dei miei bambini oggetto della paura… non so se avrei retto bene come te.
    Stringiamo tutte i pugni con voi.

  11. Oddio, bruciano forte gli occhi anche a me. Quando hai parlato della risonanza, e della scritta PAURA, mi sono sentita morire, da genitore, che ha vissuto piccoli traumi temendo che fossero (piu’) grandi. E il papa’ che non poteva neanche entrare, lo sappiamo che bisogna ma e’ cosi’ difficile! Vi mando un abbraccio.

  12. Sarei rimasta anche io in balcone a leggere, avrei anche io messo l’arnica… Ho letto e riletto questa storia già più volte, e continuo a pensare che poteva capitare a me. Tra l’altro mentre leggevo, il mio di 4 anni è proprio scivolato in corridoio battendo (pianissimo) la testa. Ti abbraccio fortissimo e spero che la Maggot riesca a stare “ferma” il tanto che basta a chiudere questa brutta storia in serenità.

    1. ahah scusami rido per il tuo che scivola e batte (pianissimo) la testa. pensa che quando siamo tornati a casa dall’ospedale la Maggot è inciampata in una valigia ed è caduta! battendo (pianissimo) il mento. Ce la siamo comunque fatta addosso dalla paura per altre 48 ore, così, per non sbagliare

      1. Mi fa piacere di averti fatta un po’ ridere. :)
        D’altronde i bambini cadono sempre, almeno i miei. Non ti dico la mia terza figlia, un anno compiuto da poco, è caduta almeno tre volte quest’estate senza mettere le mani avanti, mentre imparava a camminare. I dentini, ancora affilati perchè “nuovi”, le hanno tagliato le labbra internamente, anche se (pochissimo). Risultato? Bocca piena di sangue e labbro alla Alba Parietti. E di solito noi mamme sappiamo che non è nulla… Ma. Ma la tua storia insegna che non è sempre così.
        Ma la Maggot può andare a scuola? O la tenete a casa qualche giorno in più per sicurezza?

  13. Paola , Paule , Paolina mia , sono tutta un brivido ,
    E non arrivavo mai alla fine di questa lunga terribile storia….
    Annina , Stella , perché una simile prova proprio a lei ?
    E tu sei una roccia , che non si sgretola, che snocciola giorni tremendi uno dopo l ‘altro, nulla chiedendo a nessuno di noi , vivendo nella tua bolla di paura e di sofferenza.
    Ti chiamerò , non adesso , sono ancora spaventata ..però ho bisogno di chiamare qualcuno,forse Ugo.
    Mille abbracci per te e per la expiccolissima d’oro

  14. Diamine che avventura… dal titolo immaginavo qualche episodio edificante e strappalacrime tra fratelli…
    Per quel che vale, 6 anni fa al campeggio credevo che mia madre stesse dormendo più del solito e mi indaffaravo fuori dalla roulotte, invece stava inchiodata a letto da una vertebra rotta e nessuno (io e il mio ex, che era mio ospite, siamo sordi e mio figlio udente non ricordo dov’era) aveva sentito i suoi lamenti. Non ti racconto com’è finita. Se ci allarmiamo siamo ipocondriaci e ansiosi, se confidiamo nell’elasticità altrui facciamo harakiri.
    La Maggot che si trattiene dal correre un po’ mi fa ridere, pora stella. Incrociamo le dita!

  15. Mamma mia, ho una pelle d’oca alta così… Da mamma di figlio con anomalia genetica che ha, per fortuna, una vita normale (a parte il fatto che qualunque stupidaggine si trasforma rapidamente in un ricovero ospedaliero d’urgenza) capisco l’angoscia e la paura che prende in certi momenti, credo che dovrei sentire un cardiologo che quantifichi gli anni di vita che perdo ogni volta. Tanta tanta solidarietà e un abbraccio affettuoso, a te e alla ex Piccolissima, con l’augurio di tornare presto a correre/saltare/arrampicarsi (ma possibilmente non a buttarsi di nuca dal divano, eh…)

  16. Ciao
    Ho avuto mio figlio con una meningite a dieci mesi.un momento eravamo in altalena in 12 ore ero alla soglia dell’emergenza pediatrica e non si sarebbe potuto sapere fino a 72 ore I danni della meningite. Ho cantato “Avrai” di Baglioni al suo orecchio e il suo corpo intubato per ore. Dieci giorni in ospedale li ricordo come un unico momento in cui il telefono era sempre con la batteria scarica.
    Uscito, nei “rari” casi mi sono consumata di paura per mesi.
    Passati sei anni sta benissimo, e io posso dare la scusa di tante marachelle che fa come danno celebrale. Tua figlia dira’ la classica caduta da piccola.
    Tutto andra’ bene ( gia’ sentita?) E’ una banalita’ ma davvero andra’ bene
    Un bacio
    Silvia

    1. cavolo non posso pensare a cosa devi aver passato…
      sul finale del tuo commento però mi hai fatto ridere, grazie… hai ragione, non avevo pensato che potrà usarla come scusa.

  17. Sono una mamma e penso che nessuna mamma possa leggere questo resoconto senza essere colta da un’angoscia che diventa fisica, insopportabile. Anche io l’anno scorso ho dovuto portare mio figlio al pronto soccorso perché era caduto sbattendo la testa, nel suo caso nulla di grave ma i sintomi (vomito, pianto, sonnolenza) mi avevano allarmato… La cosa più brutta di queste situazioni è l’assoluta impotenza di fronte a qualcosa che non si può assolutamente controllare, anche se si desidererebbe con tutta l’anima di poterlo fare. Grazie al cielo alla fine è andato tutto bene, un grosso abbraccio.

  18. Ciao Paola
    Ho anche io un figlio di 6 anni, che quando mi sfianca con tutta sta ginnastica per casa, riprendo chiamandolo “pallina rimbalzina”.
    Spesso infatti quasi mi sono convinta sia fatto di gomma e lo lascio fare…. ma ho pianto durante questo tuo racconto e lo avrei voluto abbracciare forte se non fosse stato nel letto a dormire.
    Una volta gli ho chiesto di “darsi una calmata” e di stare un po’ fermo… lui mi Ha risposto che se volevo che fosse stato fermo avrei dovuto far nascere una statua e non una bambino.
    Una bacio a voi. ❤️
    Tania

  19. Ti seguo da tanto, non ho mai commentato. Da mamma ho le lacrime agli occhi e un peso sul cuore.. povera stellina, vi mando un grande abbraccio e un in bocca al lupo! E scaccia via i sensi di colpa, può capitare, è capitato , non pensarci più!

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