Biciclette/1

Forse ha 25 anni, forse 35. Per molto tempo non lo so. Gli passo accanto ogni mattina e ogni mattina lo tratto come un dato inessenziale. Lo fate anche voi? Io vado avanti per settimane, a intravederlo senza vederlo. Lui resiste. Ogni giorno è lì in piedi con il suo cappellino da baseball in mano, davanti al bar sotto il mio ufficio. All’angolo, come altri 200 nigeriani suoi connazionali che fanno la stessa cosa in 200 altri angoli della città. Anche se piove. Anche se c’è neve. Con la coda dell’occhio vedo che sorride, nonostante.

Di lui conosco un frammento alla volta, riesce a rubare ogni giorno qualche centimetro al mio campo visivo. È un’invasione pacifica ma ostinata; finisce che mi arrendo e gli allungo qualche moneta. Immagino che in larga parte il denaro che raccoglie andrà ad alimentare qualche racket ma spero che ne possa tenere un po’ per sé. O che estingua prima il suo debito. Non so. Non faccio analisi sociopolitiche, ma gradualmente osservo. Prima della sua faccia, vedo l’interno del cappellino. Un giorno noto sorpresa quanto è bianco il palmo delle sue mani e subito dopo mi sento stupida (perché non dovrebbe esserlo?). Poi le scarpe da ginnastica con i nodi delle stringhe mal fatti; mi viene in mente il Pupo, d’istinto mi chinerei per sistemargli quelle asole.

Non fa che ringraziarmi, così alla fine lo guardo. Anni: più 25 che 35, ma ha le sclere oculari precocemente arrossate – come chiunque abbia attraversato l’inferno in terra e ora mangi male e dorma peggio. Sorride, col passare dei giorni riusciamo a imbastire brandelli di conversazione. «Tutto bene?», «Ciao bello», «Ciao bella», «Grazie», e ogni tanto – comincia lui – quel saluto da rapper che si fa con i pugni, quello che usavano sempre anche Barack Obama e Michelle.

L’ultimo atto, un giorno di sole, è chiedergli come si chiama. Mi sento un po’ come il Piccolo Principe con la Volpe; sapete, la faccenda del creare dei legami. «Tony». «Come Tony Manero?». «Cosa?». «Non importa», rispondo, e gli allungo un soldino. Questo accade una, due volte a settimana, ma succede più spesso che gli passi vicino in bicicletta senza dargli soldi; lui si sbraccia ogni volta per salutarmi e quando mi vede spuntare all’orizzonte sorride; di nuovo, mi ricorda un bambino – forse il mio.

Una mattina parcheggio la bici fuori dal bar, accanto a lui. «Me la guardi un attimo? Prendo un caffè», dico, pensando che all’uscita gli darò una moneta. Poi incontro delle colleghe, ci mettiamo a chiacchierare. Una cosa tira l’altra.

All’ora di pranzo è anche ora di andare in palestra. Scendo in garage, per recuperare la bici. Non c’è. Penso: ohibò, me l’hanno rubata? Poi il flash. Tony. La bici. Nell’unico giorno all’anno in cui indosso i tacchi corro su per la rampa del garage come una forsennata. Sterzo verso il bar, sempre correndo. Tony è lì. Mi vede, indica la bici, sorride con evidente sollievo. È rimasto a guardarmela per quattro ore, e ha anche piovuto. Comincio a scusarmi a raffica, lui sorride di nuovo. Vedo che sposta il peso da un piede all’altro, alla fine riesce a dirmi: «Scusa tu, ma ora devo andare». Mi ci vuole qualche istante a capirlo: gli scappa, tantissimo, la pipì.

 

9 commenti su “Biciclette/1

  1. Cara Paola, hai una sensibilità che fa vibrare ogni parola senza la necessità di sovraccaricare… se ti va di leggerle ti lascio qualche riga che ho scritto questa estate su un incontro che non ho dimenticato: è arrivata questa ragazza, ero stesa indecisa tra il tuffarmi nel mare più trasparente o, molto più probabilmente, continuare a crogiolarmi pigramente al sole, è arrivata e silenziosa e discreta si è avvicinata. Aveva occhi tristi e dolci e lo sguardo di chi ne ha passate tante. Si è girata mentre mostrava i braccialetti e le collanine africane, senegalesi, portava avvolto in una fascia il suo bambino di 3 mesi, bellissimo, come bellissima era lei. E’ arrivata pochi mesi fa a 20 anni , chissà come, attraversando chissà quali inferni, che aspettava già il suo piccolo. Da giugno attraversa ogni giorno questo tratto di costa col suo piccolo Modu, ripartirà per Orte il primo settembre poi si vedrà. Ha lo sguardo di chi ne ha passate troppe per i suoi venti anni e gli occhi tristi e dolci ma quel si vedrà li illumina per un istante di un raggio di speranza.

  2. Anch’io conosco uno di questi ragazzi che aspettano davanti al bar , per anni quasi ogni mattina. Anch’io l’ho scoperto un po’ alla volta, si chiama Hop , e credo che il nome non potrebbe essere più azzeccato. Ha lasciato una moglie e una bambina non ancora nata in Senegal, la bambina la vede solo attraverso le fotografie che riceve su uno sgangherato smartphone. Voleva venderlo, ma poi non avrebbe più avuto modo di vedere le sue donne. Ha compiuto 28 anni e quando me lo ha detto ho pensato a mio figlio quasi coetaneo, cresciuto praticamente nella bambagia e sono stata male e quando mi ha chiesto aiuto non sono riuscita a fare finta di nulla. La sua storia sembra per ora avviata ad un lieto fine: ha trovato lavoro in un’impresa edile forse riuscirà a far venire in Italia le sue donne. Ha ceduto il posto davanti al bar ad un altro, un altro che ogni mattina mi saluta e che ancora faccio finta di non vedere.

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