Barcellona con i bambini

Ma davvero non avete mai pensato di fare scambio casa? La nostra ultima esperienza – da venerdì a lunedì scorso, con una famiglia spagnola, a Barcellona – è andata quasi benissimo. Casa incantevole trovata su un sito di scambisti impallinati di design: arte ovunque, un’esagerazione di bagni e camere da letto, un soggiorno, un patio, una cucina perfetta a parte lo scarico del lavandino che si è ingorgato per un granello di pastina avanzato dalla Piccolissima. In tre giorni abbiamo preso 16 volte la metropolitana. La Piccolissima, 17 mesi, è stata eroica e ha girato dall’alba al tramonto dormendo in passeggino, a moduli di quindici minuti per volta, la testa ciondoloni come quella dei pupazzi delle fiere; per quattro giorni ha accettato di cibarsi di un’imitazione di grana padano, scadente prosciutto cotto spagnolo, pane che al contrario era buonissimo, dolciastre merende latte-biscotto che ci sono anche in Spagna, fabbricate con un equivalente dei Plasmon; qua e là, della pastina che ha ingorgato il lavandino. Pupo e Pupa sono stati complessivamente molto garbati nonostante le difficoltà nell’indovinare il momento giusto in cui passare dai tornelli della metropolitana, che a Barcellona sono molto crudeli e se perdi l’attimo tendono a ghigliottinarti.

Con un bisogno d’attenzione e d’amore   A parte la Sagrada Familia che ogni volta che la vedo mi fa venire voglia di credere in Dio, e tutte le incantevoli opere di Gaudí e il mare e i parchi e le tapas, a Barcellona c’è il museo della scienza più bello che abbia mai visto in vita mia, dove siamo tornati addirittura due volte, la seconda per partecipare a un laboratorio chiamato Toca toca! in cui si potevano toccare rane, topi, bisce, millepiedi, iguana ed esseri mollicci che in Italia portano il nome poco edificante di stronzi di mare e in effetti anche i catalani li chiamano cagarri (mi hanno detto che si possono anche cucinare e mangiare ma la cosa non mi ispira un granché). Per il Toca toca! ci avevano raccomandato puntualità ma noi, come quasi sempre facciamo quando siamo sotto pressione, siamo partiti in ritardo da casa riducendoci a percorrere l’ultimo chilometro, la salita di grado 9b che separa la metropolitana dal museo, correndo. Dopo sette metri il Pupo ha cominciato a urlare che sarebbe morto se non l’avessimo preso in braccio; ma in braccio Mike Delfino aveva già la Piccolissima che è un peso morto assoluto, mentre io caracollando avevo da spingere il passeggino carico di zaini e delle solite inutili vaccatine che ci portiamo appresso. La Pupa – almeno fisicamente – teneva botta e sbuffando a ritmo incitava il fratello a non mollare, mentre a me bisbigliava in tono di biasimo: «Ci chiuderanno fuori. Dovevamo partire prima. Tutto questo è inadeguato».

Troppo “se mi vuoi bene piangi” per essere corrisposto  Sotto il sole di Spagna che a fine maggio picchia pure in prossimità del mare, dopo quindici minuti di corsa combinata – il Pupo ogni tre passi minacciava di buttarsi a terra e lasciarsi morire, Mike Delfino tentava a tratti di lanciarmi la Piccolissima, io fingevo di non conoscerlo e arrancavo ansante al fianco della Pupa – siamo finalmente entrati nel museo, già in ritardo, già orribilmente depressi, e abbiamo varcato i tornelli per una volta senza finir ghigliottinati. I Pupi dopo un attimo di esitazione hanno curiosamente preso l’abbrivio e con quelle insospettabili risorse che a volte sfoderano i bambini sono partiti per lo sprint finale; io gli correvo dietro urlando «Muovetevi, muovetevi», mentre Mike D., a quel punto distaccato di parecchie lunghezze, i prodromi dell’infarto in corso, portava con sé la Piccolissima sobbalzante, pesante come le tasse, del tutto ignara.

E mai che mi sia venuto in mente  Al piano – 2 (il Toca toca! era al -3, e non chiedetemi perché abbiano deciso di numerarli così, al contrario, dallo zero a scendere) Mike Delfino, ormai a poche decine di metri dalla meta, ha commesso l’errore fatale: anziché continuare a corrermi dietro, proprio in vista del traguardo, con i Pupi che già avevano varcato la soglia e per essere accettati al laboratorio chiedevano perdono al biologo in catalano («Excusa! Excusa!»), ha imboccato senza motivo una scala mobile che aggettava verso il basso, sul nulla. Stanco com’era si era buttato addosso la Piccolissima come una sciarpina, il petto gli faceva su e giù a ritmo mentre lei gorgheggiava guardandosi attorno sorridente, indifferente agli eventi, e lui tentava invano di riprendere fiato. È stato in quel momento che il tempo si è fermato, come nella famosa scena del film Gli intoccabili (e prima ancora della Corazzata Potemkin), ricordate? Quella in cui la carrozzina con dentro un neonato cade da una scalinata e per un lungo interminabile infinito istante nessuno sa cosa succederà. Io ho guardato lui, poi la scala, poi il cartello sopra la scala, poi gli ho urlato al ralenti con tutto il fiato che avevo in corpo, «Torna su! Da lì si va al -5!».

Di essere più ubriaco di voi   Allora ho assistito a una delle scene più buffe della mia intera esistenza, quella in cui Mike Delfino, resosi conto dell’errore e capito che sarebbe presto finito agli inferi, ha invertito la marcia e ha tentato con la Piccolissima al collo di risalire come un povero, goffo, paonazzo salmone contro corrente, poi, realizzando che era troppo lento rispetto all’andamento della scala, ha cominciato a correre con le ginocchia al petto un po’ come in quegli sfiancanti insensati esercizi che ci facevano fare a ginnastica alle scuole medie, E adesso ragazzi, tre giri della palestra correndo con le ginocchia al petto, con due aggravanti: 1) il tondino di piombo, cioè sua figlia, lo tirava verso il fondo e 2) non ha più 13 anni, e in tutto questo io lo guardavo e ridevo, e una parte di me capiva che nel suo sentirsi idiota stava ridendo anche lui, e insomma per tutto quel ridere sono caduta a terra in ginocchio senza però mollare i manici del passeggino e mi sono pure fatta addosso – a voi posso dirlo – un po’ di pipì.

Ero molto meno stanco di voi   Non ci avrei scommesso un centesimo ma alla fine ce l’ha fatta, ed è riuscito a risalire. Assieme disperati, pisciati, fradici di sudore e morti dal ridere siamo entrati nel laboratorio – che ospitando bestie tropicali era settato sulla temperatura “comfort” di 30 gradi, con il 95% di umidità – e abbiamo trascorso l’ora successiva a riprendere fiato. I bambini si sono divertiti moltissimo, e alla fine pure noi. Tornati a casa al pomeriggio tentando di fare il check-in online abbiamo scoperto che il volo del giorno dopo era annullato a causa di uno sciopero dei piloti Alitalia, proprio quando Mike Delfino aveva appena finito di dire «Oh come si vola bene con Alitalia, non come su Ryanair dove ogni cinque minuti qualcuno tenta di venderti qualcosa». Ci hanno rimandato la partenza a martedì e a quel punto ci siamo trovati privi di casa per un giorno, poiché gli spagnoli stavano per rientrare, come da programmi; per fortuna un mio caro amico che conosco da che ho 6 anni si è trasferito a Barcellona e ci ha ospitato, solo che sta in un bilocale.

Potevo chiedere a uno qualunque dei miei figli   A Pupo e Pupa abbiamo montato una tenda da campeggio nel patio – benedette le case spagnole e i loro patii – mentre la Piccolissima ha dormito nello studio da fotografo del mio amico, noi nel classico divano letto da una piazza e mezzo, quello che offri agli ospiti di passaggio quando vuoi spezzargli la schiena in due, ma insomma siamo arrivati alla mattina di martedì. In viaggio verso l’aeroporto a me è venuto in mente che in quell’esatto istante il Pupo si stava perdendo la gita scolastica di fine anno, ma poi mi sono distratta perché la Pupa ha cominciato a vomitare. La notte dopo, quando finalmente eravamo rientrati a Milano, ha vomitato altre 16 volte e alle cinque siamo finite al pronto soccorso, dove ho incontrato la mia amica anestesista, quella che ha fatto nascere la Piccolissima, che era di turno e mi ha raccontato in breve i suoi tormenti esistenziali, mentre la sua collega pediatra, che visitava mia figlia, raccontava arrabbiata di una tizia che aveva appena dimesso: «Suo figlio, 3 anni, è arrivato stanotte con una zecca in testa – tra parentesi, bleah – allora gliel’abbiamo tolta, e lei mi ha chiesto: “Può venirgli il tetano?”. Le ho risposto: “Signora, perché mi fa questa domanda, immagino sia vaccinato”, e lei, incerta e tremebonda: “Di vaccinazioni non gliene ho fatta mezza, non potete vaccinarlo adesso?”. Allora io l’ho mandata a quel paese».

Potevo assumere un cannibale al giorno   Mentre accadeva tutto questo e la Pupa veniva reidratata controvoglia continuando a ripetere «I sali minerali mi fanno orrore però domani compio 10 anni, devo fare la festa», ho pensato che non dormivo da due notti, che avendo perso il volo ero in ritardo di 24 ore su tutto, che mi attendeva un mercoledì di fuoco e che insomma, la parola resilienza dovevano averla inventata proprio per me. Poi ho pensato al numero impressionante di cerchi che si aprono e si chiudono, ai corsi e ricorsi, agli incontri fortuiti, al fatto che bisogna proprio tenere le palpebre serrate per non voler scorgere un senso nelle cose. Siamo tornate a casa, erano ormai le otto del mattino, ho dormito un’ora e mezza e sono andata al lavoro.

Soundtrack Questa bella canzone tanto per cambiare è di De André. Nella versione originale dura cinque minuti e mezzo, in quella dal vivo, più dilatata e sospesa, quasi nove minuti, e io per sentirla me li prendo tutti.

21 commenti su “Barcellona con i bambini

  1. Questi incontri clandestini con Spersa non giovano alla tua salute, in aggiunta a tutto il resto. Come va la Pupa?

  2. E poi dicono che si va in vacanza per riposarsi!!
    Come sta la pupa adesso? Magari se le cucinate un cagarro si riprende prima…

  3. Mia cara, è sempre un piacere conversare teco alle sei del mattino in u pronto soccorso deserto, miracolosamente deserto. Magari la prossima volta facciamo uno spritz come tutte le persone normali, eh.

  4. Esiste un museo più bello di quello di Amsterdam? Davvero veramente?
    Dovrò tornare a Barcellona per provarlo!
    L’altro giorno ho rotto una bottiglia perdendola dalle mani dal ridere per una battuta stupidissima di mio marito, alla fine abbiamo sorriso ancor di più rendendoci conto di riuscire a ridere ancora così tanti dopo 10 anni.
    That’s Amore!

  5. non so francesca, non ho visto quello di amsterdam! sono felice che tu abbia rotto la bottiglia per quel motivo.

  6. Paola ma tu ci pensi a quando la Piccolissima comincerà a realizzare in che razza di famiglia è venuta al mondo?
    😉

  7. l’ha capito benissimo temo. a 17 mesi è già piena di malizie che le servono a destreggiarsi tra i nostri eccessi.

  8. Io adoro le vacanze con i bambini, …..Anche se faticossime…alla fine di ogni vacanza non so se mi viene voglia di fare una squadra di calcio o sopprimere l’unica che ho….Arduo dilemma….AhAhAh…

  9. Il mio primo commento nella nuova casa: grazie per De Andrè, mi piace che ci sia spesso nei tuoi posto. E poi, Paola, questo racconto è superbellissimo, mi hai divertita un sacco, Ci voglio venire pure io in vacanza con voi!
    Greta

  10. Cara Paola,
    avevo voglia di farmi una sana risata e sono andata a cercare questo post che già un anno e mezzo fa mi aveva fatto – letteralmente – pisciare addosso.
    Ora ho la faccia bagnata dalle lacrime e i crampi allo stomaco… GRAZIE!
    Un abbraccio,
    Giulia

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